Fare colazione sotto i pergolati

La reclusione sembrava il momento migliore per non far morire un blog, e invece è stata terreno fertile solo per la muffa virtuale. Ho magnato, ho dipinto, ho iniziato a fare pizze solo quando l’hanno smessa i comuni mortali perché potevano di nuovo uscire, ho vagato sui colli con pane e frutta, coi miei soliti pranzi da ciuccio.
C’era quel profumo di bosco e miele, in mezzo ai campi sperduti dei colli; c’erano le lucciole a Villa Ghigi, c’era pure una lepre. Ho raggiunto i calanchi dopo dieci anni, erano così a portata di mano e mi sembravano sulla Luna (e ci assomigliavano pure un po’).

Ora sono nel limbo pre-partenza per le Alpi, ma quest’anno è un po’ diverso, e non per i morbi. Quest’anno so, di base, che farò un po’ la vita da badante (ma se trovo il ricciolino mezzo punk stavolta parcheggio e lascio tutti in mezzo al granturco), i miei hanno già programmato di passare una mattina alle poste alpine per tutte le operazioni arretrate da febbraio e tante altre cose che rendono il trasfertone di mille chilometri quasi completamente sprecato. Io sto sviluppando una seconda personalità per passare tutta l’inutilità a lei e alienarmi pensando ai fatti miei.

Arriverà il momento in cui le cime mi cureranno tutto, ma saranno delle eccezioni sul totale dei giorni.

Ma la vera differenza è che io, da mesi, sogno Erchie. Sogno, nel senso che i miei sogni sono ambientati quasi tutti lì (stanotte semplicemente facevo lì il mio smartworking, poi finalmente spegnevo il computer dopo qualche videochiamata e me ne andavo a buttarmi a mare; e pensare che l’ultima volta che ci sono stata dovevo andare alla fine del tomolo per mandare un sms, ché altrove non c’era campo).
Non è che a un certo punto la montagna non la voglia più, anzi credo che mi incanterò come sempre davanti alle Odle e mi esalterò addentrandomi in due metri di bosco e per come sono messa sicuramente mi commuoverò.

Ma è troppo tempo che penso ad Erchie, e ovviamente penso a come sarebbe rivederla coi miei occhi di adesso, in momenti non da folla estiva.
Quanto era sepolto bene tutto questo, e quanto si era però conservato intatto.
Sono giorni che penso che devo tornarci. Sono scappata quando veramente mi faceva schifo tutto, prima non c’erano gli asinelli in montagna, perché prima non c’erano? Ma me ne sarei accorta se fossi restata infognata come allora? C’era bisogno di fare il giro del mondo per guardarci di nuovo?
E poi prima non pensavo alle colazioni sotto i pergolati, a fare la vecchiarella tranquilla, ora voglio fare solo quello: colazione sotto i pergolati.
Devo passarci un weekend da sola in autunno, io, i colori e i pennelli, la carta, un weekend da romanzetti nei paesini col faro, una trasferta a piedi, frutta e pagnotta. Nemmeno cucino, della cucina del nonno ricordo solo che tutti avevano paura di scordare la bombola del gas aperta. Madonna, quanta roba riapparirà nella mia memoria, sarà tutto diverso e tutto uguale.
Penso che piangerò tantissimo.

Ecco, io quest’anno sono contenta di andare sulle Alpi come sempre, ma sono in questa fase in cui programmo questo Oltre -indispensabile- e salto da una interferenza all’altra, una specie di insegna al neon mezza scema.

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