Torta dell’Eremita e altri ricettoni

Non starò a descrivere grandi dettagli della reclusione, sembra non ci sia altro da raccontare, eppure io qui con me ho un quadretto con delle ballerine fiori di zucca che prendono il volo, le fatine nel bosco di bietole colorate, lo storyboard degli ortaggi regalati con amore e tante altre cose belle.

Nell’ultimo mese ho imparato una sola novità: quanto è difficile ottenere la ricotta a domicilio con una logistica intelligente. Tutto, ho provato tutto, mi sono iscritta ovunque, mi fregavano all’ultimo secondo gli ordini ai mercatini, c’erano tutti i formaggi del mondo, pesce appena pescato, uova appena deposte, yogurtini e formaggetti, burro, litri di panna. No ricotta. Perché? Cosa mi sfugge della ricotta?
Io però desideravo tanto dei ravioli cilentani alla ricotta, da prima di chiudermi in casa, e dovevo pure fare la pastiera. C’era una possibilità di farmi la ricotta in casa col latte crudo, ma dovevo rinunciare ad una settimana di latte a colazione ed era una scelta tormentata. Ma se scrivessi di tutti i tormenti sulla ricotta saremmo a circa quattromila pagine.

Dopo ricerche ossessive trovo un pastore, la ricotta la vende, ma per poterla aggiungere all’acquisto devo scegliere pure una cassetta di verdure a piacere loro. Va bene, basta che mi diate la ricotta. Ne ordino 800 grammi, ne arrivano solo 280, poi la ricotta risulta esaurita per sempre, anche per ordini futuri. Mah.
Arriva pure un cespo di BOH grande quanto me. Sembra insalata riccia, mi rompo il cacchio, mollo tutto senza approfondire anche perché c’è pure del melone, cosa c’entra il melone adesso? Mah. Quando mi accorgo che quello che avevo scambiato per melone era, per fortuna, una zucca, decido di guardare meglio l’insalata, ché magari è scarola.
Boh, sì, dai, forse è scarola, decido di cuocerla.
E invece niente, è insalata.
L’insalata cotta per me è appetitosa quanto le pappine nei lavandini intasati, ma ovviamente non si poteva buttare. Sono nate così le…

Pizzette Cataplasma.
Cataplasma di insalata, farina, patate, cipolle, polvere di fata (perché se no non mi spiego come siano diventate mangiabili) et voilà, delle bellissime crocchettine verdine senza alcun gusto! Che comunque è molto molto meglio che il gusto pappetta di lavandino.

Ma intanto, la mia ricotta? Per magia ho scoperto che sarebbe bastata sia per i miei ravioli adorati, sia per la…

Pastiera
Non ho il grano, facciamo col riso, varietà Scrausone. Già abbiamo taroccato tutto, vabbè, la chiameremo Torta dell’Eremita.
Non ho i canditi, proviamo a mettere in freezer della marmellata all’arancia scaduta nel milleottocento e poi la tagliamo a pezzettini.
Giusto per commemorare i bei tempi andati in cui passavamo Pasqua con gli amici dei boschi, ci aggiungo dei pezzettini di salame di fichi. Così, per scazzare ancora di più la ricetta e per donare un po’ di vecchiaia, visto che il salame di fichi deve avere almeno quattro anni.
Il resto degli ingredienti sono la ricotta preziosissima e genuina, le uova del contadino, la farina di grani antichi di un’aziendina dell’appennino che stampa le etichette con la stampante di casa. E la torta dell’Eremita è venuta proprio buona.

La stampante, a proposito, è stata l’unico appiglio per differenziarmi da Mr.Bean quando si spediva le cartoline da solo.
Ho pensato che non avevo un uovo di Pasqua, nemmeno quelli loffi che regalano le zie vecchie. Va bene, mi farò un ovetto io, alla fine ho tanto cioccolato in giro per casa e si può mangiare solo squagliato, visto quante estati ha passato nei mobili. Eh però la sorpresa? Ok che la mia memoria fa un po’ come le pare, ma dubito che in due giorni possa scordarmi cosa ci ho messo dentro.
E così ho chiesto ad un ristretto gruppo di scemi (in particolare il parametro era: scemo, piccolo nell’animo e capace di usare un editor di testo) di prepararmi una cosa piccolina che potessi stamparmi, ma in un angolino del foglio per non sbirciarla.
Sono riuscita nell’intento, stampando e ritagliando come se fossi cieca. Ho fatto un bel pacchettino compatto di bigliettini e l’ho messo nelle metà di uovo che avevo preparato. Ho sigillato le due metà, poi ho pensato di fare un secondo strato di cioccolato per rendere il tutto più resistente.
Il cioccolato fuso ha sciolto sul colpo tutto, tipo quelle palle su cui versano il caramello e spunta il vero dessert dall’uovo di mostro che si squaglia davanti ai tuoi occhi.
Ho rifatto le due metà, aspettato con l’espressione de L’assenzio che si solidificassero di nuovo, sono riuscita a chiuderlo last minute. nonostante le mie mani avessero inspiegabilmente una temperatura di 70°C.
Ma ne è valsa la pena. L’uovo era impalpabile e modellabile tipo pongo, ma la sorpresa… Ho fatto un’ottima scelta, ho ricevuto un bellissimo miscuglio di scemenze e cose da tastino “Aaaawww” dal tastierino di suoni mentali predefiniti.
Ci ho trovato dentro tovaglioli in simil-tessuto e speranze (verità!) di ritrovamento della mia giacca, palloncini e smollaggi, formaggi, momenti sublimi in pasticceria con la musica classica, pecore decorate coi LED, e Garrison, che in casa nostra è risaputo spuntare a sorpresa dalle uova.
E così è stato l’uovo più bello di sempre.

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