La Beò

Certe volte gli eventi e le parole si combinano così bene insieme che devo per forza essere in una specie di Truman Show.

Qualche premessa o rinfreschi di memoria.

-Beobeo viene dal singolo Beo, che a sua volta veniva da Beowulfina, il mio personaggio nel gioco di ruolo online (Extemelot, la buon’anima) che ha svoltato la mia adolescenza e che mi ha forse salvata dal diventare una specie di cinquantenne impedita sepolta in casa. Il rischio è ancora alto, ma con un intermezzo di vita vissuta nel resto del mondo reale.
-Beowulfina era un bardo, questa storia del cantore ce l’avevo nel cuore per istinto, infatti avevo pure provato nella mia prima fallimentare partita di D&D a fare il bardo. Non si andò mai oltre il taroccamento manuale delle schede dei personaggi, tant’è che non so se avevo nemmeno mai scelto il mio nome.
-Nel secondo fallimentare approccio a D&D, dopo anni, avevo di nuovo un bardo: Ghironda. Mi ricordo solo che la scelta di occhi e capelli ci prese quattro ore e, nell’ultima di due puntate prima di sperderci tutti come-la-pisciazza-di-Giufà, la mia Ghironda era rimasta sottosopra appesa al soffitto a fare la minchiona con delle scarpette magiche. Comunque la parola Ghironda mi piaceva tantissimo.
-la parola Bellino mi sta molto a cuore.
-capre e pecore mi stanno molto a cuore.
-la zona intorno a Cuneo pure, per motivi scemi che non includono storia e geografia, di cui sono ancora abbastanza ignorante.
-sono innamorata delle Alpi.

Cosa è successo più… ah sì, un giorno mi è capitato di leggere Più lontana della Luna, di Paola Mastrocola. Intanto lei scrive proprio nello stesso mondo in cui si formano i pensieri nella mia testa, e questo già ha fatto sì che quel libro diventasse il mio spirito guida (spirito guida? Libro guida? boh). Poi, nell’ordine esatto in cui capitano le cose alla protagonista, sono successe a me delle cose parallele. E’ la storia di una ragazza che si fissa con la figura del Trovatore, le capitano un po’ di intrallazzi da personcina normale, ma le stanno tutti un po’ stretti, così scappa e va vagabondando a cavallo per l’Italia fermandosi qua e là quando la situazione sembra combaciare con la sua idea di “amore da lontano”.
L’ennesima autorizzazione a pensare, sognante, ai trovatori.

Ogni tanto mi leggevo qualche poesia di trovatori già tradotta, ma mi fermavo lì a simpatizzare senza approfondire. In effetti non è che io approfondisca mai veramente qualcosa, mi invaghisco e sfarfallo nelle cose e poi chissà dove mi perdo, vabbè.
Ho sempre avuto una grande nuvola vaga di interessi per la Provenza, non mi ero mai accorta dell’Occitania, nemmeno dopo un weekend a Tolosa in cui un sacco di cartelli in doppia lingua li avevo visti; è che ero fissata già coi doppi cartelli sudtirolesi, e pure la parola Minnesänger mi piaceva, e avevo ancora Chris in pianta stabile nella mia vita, perciò, se non era tedesco, non ci badavo troppo.
Poi non lo so, è arrivato il Catalano. A Barcellona, anni fa, avevo completamente ignorato le scritte in catalano per gli stessi motivi di Tolosa. Ma lo stato d’animo più malinconico, con cui sono ricapitata recentemente in dialoghi e terre catalane, mi ha fatto vedere della musica nelle parole che prima non vedevo. E mi ricordava qualcosa di più lontano che avevo sorvolato troppo velocemente, e dopo un po’ ho capito che erano proprio le poesie dei trovatori, così sono tornata sull’occitano.
Mi ricordo che la parte originale la guardavo e la mia testa pensava “Ah, ho capito. No aspè, come mai ho capito? Aspè, ma ho capito?” e passavo alla traduzione.

Ecco, così per caso ho cercato se esistesse un corso di occitano online, c’era e mo sto pure facendo le paginette di coniugazioni o le liste di paroline nuove che imparo, con rimandi al francese e allo spagnolo per ricordarmi meglio (c’era pure il corso di Franco-Provenzale, next step).

Sicuramente nella vita mi servirà a molto capire l’occitano, penso sia tra i primi consigli dei migliori CEO del mondo.

Così ho scoperto che in provincia di Cuneo c’è un paese che si chiama Bellino, in cui si parla occitano, la cui etimologia potrebbe venire da un antico pecora, e in cui fanno un carnevale alpino super folk che si chiama Beò. L’ho scoperto cercando approfondimenti sul paese Bellino, e li ho trovati su un sito che si chiama ghironda.com.
Com’è possibile prendere delle premesse sparse in vent’anni di scemenze e trovarle riunite tutte in un solo colpo in mezza pagina web?

5 pensieri riguardo “La Beò

  1. Eravamo sui fungettifolli insieme! Cioè, fungetti era già un po’in declino quando Krysal ti ci ha aggiunta, quindi abbiamo interagito poco lì e probabilmente poco anche nei nostri blog personali, io pure ricordo il tuo ma che ci passavo poco perché non avevo preso ancora confidenza 😀

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  2. “Così ho scoperto che in provincia di Cuneo c’è un paese che si chiama Bellino…”
    Il tuo sceneggiatore ha i controcoglioni: nel senso che è nemico dei cretini, ma anche nell’altro.
    Ottima l’idea del riepilogo. Lo vorrei scrivere pure io. Anzi, lo faccio: ho corso. E persisto.
    Delle fèmmene non dirò, ché la tristezza poi si piglia Artax e non va bene.
    Pu.

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    1. Pu, pure il mio sceneggiatore persiste 🙂
      Per le fèmmene, a meno che non vengano appostate sotto casa di notte, valgono anche quelle tipo “sono fidanzato ma lei non lo sa”. Anzi, quelle valgono doppio, per un trovatore.

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