Ricordina è appena iniziata

“Ah, dormite anche a terra? Questi sono i viaggi che piacciono a mio fratello. Ma il bello è che avete degli amici più scemi di voi che vi seguono e si affidano completamente ai vostri piani!”

Il mio zaino trova il mare ogni settembre.
Questa volta nello zaino ci ho messo un po’ di persone ed ho allestito un bellissimo casino ingolfa-cuore.
E’ iniziato tutto a marzo, quando avevo deciso che, per marchingegni che capivo solo io, il mio modo di dimostrare quanto ci tenessi a Erchie era vincere un concorso di scrittura (o almeno arrivare nella gloria tra i finalisti che avrebbero vinto almeno una maiolica, non perché mi ritenessi una grande scrittrice, ma perché negli anni precedenti c’erano 10 posti da finalisti e 9 concorrenti).

E’ nata così Ricordina, la fatina che raccoglie i colori in uno zainetto e li usa per dipingere i ricordi sbiaditi.
Ricordina è diventata brand prima che si sapessero le sorti del concorso, esisteva già la cascata di Ricordina, alla Valle delle Ferriere, e il paese di Ricordina, a Pontone vicino Minuta, dove c’è una strada per gli umani e poi una mini-stradina per le persone piccole.

E tra i finalisti ci sono finita davvero, anche se i concorrenti erano un po’ più di nove.
I vincitori li avrebbero proclamati però solo nella serata stessa della premiazione, il che significava che nel frattempo io dovevo comunque farmi un bel piano per poter essere lì, ma ai primi di settembre la vita in università non è delle più tranquille, quindi avrei fatto solo una toccata e fuga nel weekend.
La vera follia di tutto ciò è che, stavolta, a mamma lo volevo dire. Dopo lo psicologo degli altri, dopo anni di ammorbamento, aveva bisogno di pensieri belli nuovi, e di sapere che sua figlia è una pazza scatenata che, se vuole, riesce davvero a portarla in giro nei posti che non credeva di rivedere mai più, come è successo per Ravello questa estate.

Il piano della toccata e fuga era già un bel concentrato di demenza (rischiavo di dormire nel sacco a pelo fuori dalla porta di casa mia), ma è migliorato quando alla fuga si sono uniti due scemi di compari: Amelia, che doveva commemorare luoghi, Giggino, che quei luoghi non li aveva mai visti.
A quel punto potevo anche recuperare un po’ di tempo prendendo un treno di notte, ed il programma è diventato una cosa del genere:

– partenza di venerdì sera direttamente da lavoro da Bologna, con cambio a Firenze e arrivo a Salerno alle 4.40
– la mattina del sabato fare i randagi fino alle 6, orario di apertura del bar del cuore di Amelia, che veniva con me quasi apposta per andare lì
– poi primo mezzo (bus o traghetto) per Amalfi perché Giggino non l’aveva mai vista, qui chi voleva andare al mare (Amelia) sarebbe andato al mare, chi voleva passeggiare e poi andare tra le cascate di Ricordina alla Valle delle Ferriere sarebbe andato  lì (io e Giggino).
– rientro a Erchie, bagno in tardo pomeriggio, serata di premiazione
– eventuale dormita in sacco a pelo davanti alla porta di casa perché non ero sicura di riuscire ad avere in tempo le chiavi dai miei zii. Inoltre la protezione civile portava allerta gialla, sarebbe stato proprio un piacere dormire nei sacchi a pelo allagati.
– sveglia di domenica mattina presto, bagno nel mare migliore dell’anno
– partenza per Salerno con pizza a mezzogiorno in una pizzeria che mi era piaciuta
– vagabondaggio
– pizza in un’altra pizzeria che mi era piaciuta ancora di più ma la fa solo di sera
– treno da Salerno alle 19.40 con cambio a Parma (BOH)  alle 5 di mattina
– rientro a Bologna alle 7, in ufficio alle 8
– giornata di lavoro freschi come delle rose

Sembrava tutta una grande idiozia, finché non è venuto fuori che il sabato mattina avrei avuto la possibilità di salutare mia cugina, che sarebbe partita alle 6, e l’unico modo per vederla era essere a Salerno alle 5 di mattina. Che combinazione!
Per cui il piano è diventato ancora più articolato, con una partenza per Amalfi posticipata da parte mia, ma con il recupero delle chiavi di casa, per cui avremmo dovuto rinunciare alla parte idiota dei sacchi a pelo (questo un po’ ci è dispiaciuto).
A questo punto mi hanno avvisata che non sarei stata tra i tre vincitori. Ma io che potevo fare, potevo ormai disdire questo piano perfetto?

E così siamo andati.
Per come eravamo esaltati, poteva bastare già la cena alla tigelleria della stazione, eravamo già un teatrino di marionette pazze e così abbiamo continuato in treno, con le nostre tovaglie bellissime usate come lenzuola.
All’arrivo abbiamo scoperto che il bar era già aperto dalle 5, non dalle 6 come prevedevamo, il che ha reso la tappa ancora più sensata. Mentre i miei due scemi si scofavano cannoli fritti e facevano yoga all’alba in riva al mare (la gente paga per fare ‘ste cose, io le organizzo da decenni), io mi sono avventurata verso la periferia per andare dai miei zii e da quella piccolina di mia cuginetta piccola, che si era appena svegliata e rideva tantissimo perché c’ero io a sorpresa.
Abbiamo parlato come sempre, di quanto sia delirante questa situazione, di come potremmo fare per risolverla.
Il colpo di scena è stato quando mi hanno detto che, leggendo il racconto, sembrava di leggere mio padre. Che proprio non me lo aspettavo, che pensavo che fosse disegnato cattivo da tutti ormai. E invece lo ricordano sensibile, colto, poeta, che mia cugina era felice quando lui le spiegava le cose. E forse allora Ricordina dovrebbe colorare il suo, di cuore, invece di perdere tempo con quelli degli altri.

Recuperate le chiavi di casa, sono andata ad Amalfi a raggiungere i miei due scemi che si erano buttati come due sacchi di patane ripieni di sorbetto al limone. Le mie scarpe nuove facevano malissimo e non capivo il perché*. Io ero abbastanza provata dalla mattinata, come se l’avessi passata a zappare, ma forse era nell’anima che avevo scavato, messo nuovi semi, riappianato tutto.
Ci siamo andati a mangiare un cuoppo di fritti in un soppalchino, abbiamo scarpinato con la frittura nelle vene, fino a metà della Valle delle Ferriere, e ci siamo fermati a riposare sotto il pergolato con le balle di fieno e il suono della cascata, con delle granite al limone buonissime, che hanno sistemato tutto quello che c’era da sistemare.

Dopo i complimenti all’autista, premio Nobel della guida, siamo finalmente arrivati a Erchie.
Ho bussato alla porta dei cugini simpatici, avevo dimenticato fosse tempo di pennichella, ero esaltata, stavolta volevo trovare tutti e coinvolgerli in questa storia.
Ad ogni passo indicavo i luoghi di Ricordina, dovevamo solo arrivare a casa, sistemarci. Ho scelto per forza il mio letto in soggiorno, c’erano tutti i mobili così come li ricordavo con dentro le stesse tazzine e statuine. E c’era un reparto della libreria che continuavo ad aprire, dimenticando che ora è una dispensa di cibo per i villeggianti, ma quando ero piccola dentro c’erano la dama, le carte, i giochi in scatola, il mio periscopio.
Avevo i piedi distrutti dalle scarpe, non capivo, volevo solo togliermi tutto e andare scalza, sapevo che in quella casa hanno tutti i piedi giganti e non avrei mai trovato delle ciabatte adatte a me, ma sono andata a cercare lo stesso nei mobili dei costumi, dei vestitini e… mi avevano conservato le mie ciabattine rosa.
Avevo di nuovo diciassette anni.
Ed erano successe mille cose, ma le mie ciabattine erano così come le avevo lasciate e forse non era mai successo niente. E quando ritrovi le tue ciabattine di quindici anni fa devi commuoverti per forza.

Abbiamo fatto il nostro bagno di pomeriggio, con l’ombra che si srotolava sulla spiaggia, proprio come in Ricordina.
Ci siamo sistemati per la sera, la pizzeria del Tomolo faceva delle belle pizze, abbiamo preso un vinello di Tramonti, seduti di fronte alla torre che si illuminava all’imbrunire.
Era strano. L’ultima volta che ho cenato in qualche posto di questo paese avevo diciotto anni, avevo appena finito la scuola, se andavo in pizzeria era per una pizzata con le amichette, finanziata da mamma con qualche soldo di carta chiesto al momento. Avevamo le nostre pizze del cuore e non so come facessimo ad essere fissate con la pizza con panna prosciutto e mais.
E adesso ero grande, abituata a sorseggiare calicini di vino con altri amici grandi, abituata a scegliermi il posticino idilliaco per la serata, a scegliere la coccola dell’anima durante un viaggio.
Era così tutto collassato nel tempo, tutti i ricordi da piccola erano fusi alle abitudini di adesso, e mi andava un po’ in cortocircuito il cervello.
La pizza era buona, e il vino pure, e ho chiacchierato coi gestori come fanno i grandi, chiedendo di parenti e amici di Tramonti, che conoscevo per casi della vita.

Sono scappata a cercare organizzatori della serata di premiazione, dovevo parlare con quello che ha le pecore sulla montagna con cui mi sarei presentata direttamente come una mezzascema, per chiedere di organizzare al volo una caccia al tesoro per ritrovare lo zainetto di Ricordina, che volevo nascondere tra le falanghe. A lui è sembrata una bella idea, ricordo lo sguardo dolcissimo e divertito, e mi ha aiutata. Secondo la scaletta non sarei stata chiamata sul podio per la premiazione, ma la mezzascema l’ho fatta comunque, in anticipo, quando il presentatore-attore doveva leggere un pezzo del mio brano, prima ha chiamato me a spiegare questa situazione. Alla fine tutti sono andati via dopo lo spettacolo e nessuno ha pensato di cercare lo zainetto, l’ho recuperato il giorno dopo e l’ho interpretato come “questo tesoro lo devo portare io”.
Io avrei potuto non piangere quella sera, ma una canzone era dedicata all’amica di mamma, e quella dopo ancora al pescatore per antonomasia, mio nonno. E allora ero in prima fila a singhiozzare in silenzio, sperando di non incrociare lo sguardo della cantante, cugina di mamma, per evitare che anche lei finisse come me.
Ho tentato di restare lì composta, nonostante volessi andare a parlare con la bimba che ora è diventata grande, che ho abbracciato tantissimo quando è arrivata; nonostante sapessi che i miei due scemi erano in balìa di un signore comico che diceva loro cose improbabili, con mio cugino Trichichi che non vedevo da allora e con cui avevo tante chiacchiere da recuperare. Cercavo di resistere per non incasinare lo spettacolo.
Ma poi ho visto Bianca&Rosa che stava andando via. E l’ho rincorsa e le ho raccontato tutto e io mi chiedo come sia stato possibile per tanti anni stare in pausa così, quando era così radicato tutto quello che avevamo combinato insieme da piccole? Come ho fatto a mettere in pausa le cose che tutti gli altri ricordavano, quando ci inventavamo senza alcuno spunto social di andare a vedere l’alba, dei nostri filmatini telenovelas completamente genuini e bellissimi?

La mattina dopo mi sono sveglia alle sette mentre gli altri dormivano, per fare il bagno nel momento migliore dell’universo. Ero sola in acqua, era tutto ancora addormentato. L’ho dedicato completamente a mamma, in attesa di raccontarglielo.

Quando Giggino si è svegliato abbiamo preso un caffè al lido in riva al mare, poi abbiamo portato una zeppola ad Amelia ed altri caffè sorseggiati in serenità sotto il pergolato. Ricordina stavamo diventando noi.

Siamo andati a nuoto alla spiaggetta dietro la torre, in vent’anni non sapevo di nessuno che lo avesse fatto, eppure era una passeggiata marina tranquillissima, come mi era sempre sembrato in teoria. Le alghe nere sullo sfondo non mi inquietavano più come una volta; il punto in cui bisognava mettere i piedi, tra le alghe vellutate dello scoglietto in mezzo al mare, lo ricordavo ancora. Gli scogli asciutti così appuntiti probabilmente non li ho mai testati da piccola.

Al ritorno, più tardi, abbiamo vinto una imprevista passeggiata in barca, sempre lì, con Trichichi a remare, e c’era la mia Geppetto, che speravo di trovare ma dubitavo fosse possibile visto che anche lei ormai ci va poco; e invece non solo c’era, con il suo nuovo bimbo piccolissimo, ma c’era tutta la famiglia, uscivano da una porticina minuscola sotto le rocce e tutti si ricordavano di noi e dei passatempi bellissimi e creativi che avevamo da piccole. La Geppetto che tanto adoravo, che ha detto che insieme abbiamo fatto le cose più belle della sua infanzia.

Io ero a posto con l’universo intero, i miei due scemi pure, spero.
Il pranzo ce l’ha offerto la zia, a casa sotto la pergola, in una scena da perfetti Benvenuti al sud. La frittura di pesce era in tutto il nostro essere, come ogni singolo momento trascorso quel giorno.

A Salerno siamo stati di un tempismo perfetto per trovare l’unica salumeria aperta di domenica pomeriggio, farci mettere le mozzarelle nel polistirolo dei gelati, bere i drink e prendere una pizza nel posto dove avevo il B&B l’anno scorso ed era tutto meraviglioso, ancora me la sogno quella pizza nel ruoto; siamo stati in perfetto tempismo per beccarci le prime gocce di pioggia quando tanto eravamo già sulla via della stazione.
Dopo un viaggio orribile in treno di ritorno, un cambio demenziale alla stazione di Parma per poi ritornare indietro, il lunedì eravamo davvero a lavoro, non dico freschi come le rose, ma più o meno come qualsiasi altro giorno.

Il viaggio era finito, ma la storia di Ricordina era appena iniziata.

E’ iniziata la settimana dopo, quando di tutto questo racconto (a parte i treni notturni, soprattutto la parte in cui al ritorno c’era un maniaco maledetto a tormentarci il sonno) ho riportato tutto a mamma, per il suo compleanno.
Le avevo anticipato che avevo in serbo una sorpresa grande, bella, incredibile, un po’ reale un po’ di fantasia, e che doveva prendersi un paio di ore libere per farmela realizzare a distanza. Quella, quel giorno, voleva stare dietro tutta la mattina alla tipa della pedicure.

Le avevo nascosto, in corrispondenza del mughetto che è il suo fiore, un biglietto in carta d’Amalfi firmato “Fata Ricordina”. Da questo indizio reale, cercandolo nel virtuale, sarebbe arrivata alla pagina facebook con i racconti pubblicati.
Leggere Ricordina sarebbe stata solo la punta dell’iceberg.
Le ho sconvolto i pensieri, è impazzita di incredulità e felicità perché dice che è stato come se avessi portato anche lei con me, le ho detto di quante persone sapevano tutto e le vogliono bene, di quanti mi abbiano fermato chiedendomi (per retorica, perché la risposta la sapevano già) se fossi sua figlia.
E abbiamo pianto un po’ tutti, ma da quel giorno è un po’ rinata, ha cambiato la sua foto profilo, ha scritto a tutte le amiche, voleva fare mille cose belle.
Ha già iniziato l’opera di Ricordina, togliendo la polvere dal cuore.

*Le mie scarpe mi facevano male perché, solo dopo sofferenze di giorni, mi sono resa conto di averle prese di un numero più piccolo del dovuto.

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