La faccia nelle api

Ci sono mesi e mesi di nuove scoperte e piccoli pezzi di puzzle del mio zaino che ritrova il mare, ma non è questo il momento. Il momento è per le api, per questo mondo assurdo che si è svelato un mesetto fa e si è impadronito di buona parte della mia coscienza e di cui ancora non sono riuscita a scrivere come si deve – e nemmeno stavolta riuscirò.
Sì, ok, io le api le studicchiavo come qualsiasi bestiola che ci permette di mangiare, mi arrivavano le stesse letterine di DNA che mi arrivavano per tutti gli altri esperimenti e questo era.

Poi c’è stata una giornata surreale di passeggiate nel buio dei colli, con le torce rosse per non far spaventare le api, ma io pensavo solo alla lavanda e all’asinello di cui mi ero innamorata. E di quella sera io avevo capito solo il paesaggio lunare delle cave di gesso dove ci siamo trovati a bere vinello e mangiare crescenta all’una di notte in un cerchio di bei personaggi, lì non avevo ancora capito niente delle api.

Nemmeno avevo capito niente quando ho detto “Ma sì, dai, domani vengo a vedere come si fanno i campionamenti in alveare, non ci sono mai stata”, me ne stavo con le mani nelle tasche della tutina da apicoltore, senza mai tirarle fuori perché non ero sicura della reazione che avrei avuto alle punture.

Ho iniziato a capire quando ho visto i colori pastello delle arnie con le colline sullo sfondo, quando abbiamo salutato al microscopio l’apina appena nata con quelle antennine, che si svegliava dalla sua celletta e sembrava quasi facesse uno sbadiglietto; quando ho visto il polline colorato portato come le borsette della spesa; quando ho preso tra le mani il pezzo di Sun-Hive segreto tra i prati, e quella cera chiara delicatissima, che poi la prima volta che l’avevo vista me l’aveva mostrata PanDiStelle e già allora mi sembrava una porcellana preziosissima.

Ho iniziato veramente a capire quando in laboratorio è nata l’ape biondina e si è messa a mangiare dalle nostre mani, e quando abbiamo imparato che le api appena nate se ne vanno in giro a pulire le cellette. Sembravano delle minipersone che facevano di tutto, ogni minuto imparavamo una cosa nuova assurda.
Mi sono persa completamente quando volevo portarmi l’apina nuova in ufficio con me, perché non riuscivo a smettere di guardarla, ma abbiamo imparato che “Se si sente sola, lontana dalle altre api, perde il senso dell’esistenza”.
Che non si capiva nemmeno bene se questa frase è diventata un mantra perché è una notizia assurda, se perché Frr l’ha pronunciata così, o entrambe.
Quel giorno sono tornata a casa con un pezzo di favo, l’ho guardato controluce come fosse una vetrata, ne ho fatto colare il miele incantata, l’ho filtrato per togliere gli opercolini che ci fluttavano dentro e sembravano delle paillettes bellissime esagonali.
Mi ero innamorata di tutto.

E poi c’è stata l’esperienza apistica personalizzata, che non so ancora descrivere, che mi è stata davanti agli occhi come un velo magico mentre facevo altre cose, prendevo il treno, salutavo persone, ma vedevo solo la giornata di prima. Anche dai fratelli del bosco sono andata ed era sempre bello stare con loro, anche se in frenesia, eppure pensavo alle api.
Per fare questa cosa siamo scappate da lavoro in anticipo, un giorno che il prof non c’era. Un’insalata al Bar PicNic era il mantra. Io volevo un cicchetto per gestire la situazione.

Quando ho scoperto che eravamo nella Villa delle Rose dei giardini segreti, ho capito che ero nell’unico posto giusto del mondo. Avevamo scroccato in prestito le tutine del dipartimento, ma Frr ha detto che non servivano perché quelle api sono calme. E se lo sa lui che le conosce così bene e capisce tutte le vibrazioni e forse pure i loro Frrmoni, allora sarà vero. Non lo sappiamo, secondo noi ci ha drogate, perché siamo tornate trasportate volanti sul venticello delle api, senza portene fare più a meno.

Voleva che mi avvicinassi, ero senza bardature, volevo mettermi almeno il cappellino, giusto per non tornare a casa come Quasimodo (il giorno proprio non avevo voglia di farmi vedere coi bubboni da papà).
“No, dai almeno il cappellino lo tengo”
“Non ti serve”
“No, ma è che se domani vado dai miei genitori coi bozzi in facc…”
“Lascialo, ti fidi di me?” [ma perché dovrei fidarmi, ma chi ti conosc…]
“Mi fido ciecamente, mi puoi anche buttare giù dalla collina”
“Non ti butto giù dalla collina, avvicinati”
In questo momento io mi vedevo dall’esterno, ero una specie di bambolina in mano ad un’entità buona che mi porgeva a lui dicendo “tié, fai tu, fai di lei quello che vuoi”.
E mi ha fatto chiudere gli occhi, respirare un po’ zen, e mi ha fatto mettere LA FACCIA NELLE API.
Era una cosa estatica, profumava tutto di miele di legno di buono e loro sembravano un altro stato della materia, uno straterello di vento e velluto.

Abbiamo mangiato i fichi dall’albero e ci siamo lavati le mani con l’acqua di lavanda.
Sono uscita da tutto questo trasognata, per tutto il tempo e ancora adesso davanti alle cose che vedo nella vita reale c’è quello straterello frrrrrr e mi ci perdo dentro.

Pubblicità

4 pensieri riguardo “La faccia nelle api

    1. Io ho la fobia della farfalle e mi sto chiedendo se, ipnotizzata allo stesso modo dall’apicoltore, avrei potuto fare la stessa cosa con un telaio coperto di farfalle. Era veramente un altro stato della coscienza 😀

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...