La Mongolfiera e altre cose eccezionali

Ci sono dei giorni nell’anno in cui si concentra la bellezza dell’Universo e succedono eventi eccezionali improbabili.

In mongolfiera ci volevo andare da una vita, o almeno da quando avevo sedici anni e volevo fare la vagabonda volante.
GigginoScemo, poi, non aveva mai disfatto lo zainetto con gli orsetti gommosi che aveva preparato a sei anni, quando un suo amichetto si era inventato per scherzo che ci sarebbe stata una gita in mongolfiera, e invece non c’era un corno.
A Federico era venuta questa fissa da pochi mesi, ma per fortuna si è accorto che in questo momento ci sono sogni che si possono realizzare, invece che sognarli soltanto. Per fortuna ce l’ha proposto, a me è sembrata la migliore idea del mondo.

Il decollo è stato rimandato dal pilota per quasi un mese, erano previsti sempre temporali e vento a millemila nodi, ma la giornata gloriosa è capitata incredibilmente tra un temporale e l’altro, e non poteva essere più bella.

Io ero una bella miscela di: schiattamento in corpo per qualcosa che non ricordo più, di non connesso alla mongolfiera, ansia per dover mantenere segreti, tensione per dover guidare una macchina a caso.
Google maps ci indicava l’autonoleggio in un vicoletto, a casa di una signora nel Bronx con vista aeroporto. In realtà era proprio dentro l’aeroporto: spaesamento, vagabondaggio, ritiro delle chiavi, rientro a casa fatto di frenate inchiodate.
La cena è stata organizzata così:
“Beh non abbiamo tempo per cucinare ordiniamo qualcosa di che abbiamo voglia a me andrebbe il greco ok per me una moussaka anche per me anche per me anche per me vogliamo delle polpettine sì sì sì ok ordinato”
Ho preparato i lettini in modalità nonnina, a Giggino è toccato il sacco a pelo come piumone, a me preparare quella sistemazione piaceva un sacco, in ricordo dei tempi bellissimi in cui Taglialegna mi metteva a dormire sul divano nel sacco a pelo e io mi sentivo un bruco felice.

Quanto era bella la strada deserta alle cinque di mattina, le corsie completamente vuote, i tornanti tra i paesetti mentre il crepuscolo del mattino lasciava intravedere nebbiolina, i colori belli e le poche luci ancora accese nelle casette. Poi ero diventata co-pilota, il che rendeva tutto ancora più bello. Indicavo a Giggino gli scenari suggestivi, come se lui fosse stato mio figlio la capra e io la sua mamma, a mostrargli le bellezze del mondo.

Il cestello della mongolfiera è come un cestino da pic nic, ha la stessa poesia. Di vimini, piccolino, giusto il necessario per farci infilare negli scompartimentini come se fossimo ovetti nel cartone. Abbiamo fatto da volontari per aiutare a gonfiare il pallone, tendendo i lembi in modo da far entrare l’aria, soffiata da certi ventoloni giganti. Io e Giggino siamo impazziti di felicità quando ci siamo resi conto che il ventolone è il nonno del ventilatore, personaggio chiave della nostra mitologia personalizzata in cui le patate fanno feste di compleanno, vanno a scuola e trovano pure l’anima gemella.
L’altro volontario era un signore cinghialotto in giacca mimetica, con dread, orecchino e occhietti luminosi perché si vedeva che era entusiasta per la mongolfiera. Praticamente come mi vedo io tra dieci anni.

Il decollo era lento, sognante, ci allontavamo dal suolo con tutta la dolcezza del mondo. Noi ammiravamo beati tutti i colori delle foglie, la nebbiolina tra le valli e intorno al castellino del paese, i campi arati che sembravano lavorati ad uncinetto. Il sole intanto sorgeva e rendeva tutto vellutato. Stavi lì, affacciato, in contemplazione, tutto era velluto, i prati, i pensieri, i movimenti.

Il pilota, che sembrava Peter Pan, ci ha raccontato che il suo primo volo l’ha fatto a tre anni e non ha più smesso, che il suo volo più lungo è stato la traversata delle Alpi. Il resto delle chiacchiere inutili, dei passeggeri dall’altro lato del cestello, erano gentilmente coperte dal rumore del bruciatore, che ci teneva pure al calduccio.

Per l’atterraggio potevano succedere belle cose, leggendo le istruzioni di volo: […] non preoccupatevi di finire sugli altri […] La cesta può ribaltarsi, ma non capottare […] Nel caso in cui l’atterraggio avvenga con il ribaltamento della cesta […] E’ consigliata l’uscita a gattoni. E noi non vedevamo l’ora che accadessero tutte queste cose. Ci siamo preparati mezz’ora prima in assetto da molleggio, pronti a ribaltarci ovunque. L’atterraggio invece è stato così morbido che io quando scendo dal letto faccio più scena.
Ci facevano scendere un po’ alla volta, chi scendeva aveva il compito di aiutare a trasportare la mongolfiera, ormai a poche spanne da terra, in un posto utile, mentre gli altri rimasti dentro potevano solo aspettare sospesi. Io sono rimasta dentro e mi sentivo come quando ero piccola e andavamo in barca, e scendevano quasi tutti per trascinarla a riva, mentre io restavo a fluttuare finché la barca non era ferma del tutto. E’ assurdo come la sensazione più bella dell’intero volo mi abbia ricordato proprio il mare, quest’anno va proprio così.

Ricevuto il diplomino di volo, salutati gli organizzatori e Peter Pan, la giornata sembrava finita già in bellezza così, ma non eravamo nemmeno a metà, anzi, eravamo solo all’ora di colazione.
Ci siamo fermati in un baretto del paesello -coi vecchi che salutavano i loro amici con la mascherina in fronte, stile rambo, i tavolini di plastica e le sedie da briscola- per decidere i programmi, davanti a caffè ed erbazzone.
I programmi dovevano essere: visitare il castellino, cercare un ristorante carino -piano B tarallucci, vino e salame del Signor Ciao-, partire in direzione Pietra di Bismantova (“Andateci andateci, è bellissima, altissima, c’è una ferrata, stranissima, prima era tutto mare, è piena di fossili, imperdibile”).
Ma il sentiero nel bosco era così bello, i colori di tutta la valle su cui affacciava il castello erano così accesi, esplodeva l’arancione all’improvviso in mezzo ai verdi e gialli, e poi la giornata era così perfetta, che saremmo restati lì per sempre. E lì, insieme al castello, c’era pure il ristorante. E al ristorante ci avevano conservato il tavolino più lontano dalla gente, quasi nel bosco, affacciato a strapiombo sull’autunno. Si stupivano che volessimo star fuori, noi ci stupivamo che gli altri volessero star dentro, col clima d’autunno soleggiato più bello della storia – e comunque avevamo con noi felpe e pile di sicurezza perché tornavamo dal cielo. La vista di bottiglia e calici su quel tavolo, con tutto il bosco dietro, erano già una scena commovente.
Ma poi si è aggiunto il cibo, e noi eravamo tutti gongolanti e felici dopo i funghi fritti, i primi buonissimi di porco e tartufo, i dolcini… così tanto felici che la Pietra di Bismantova l’abbiamo mollata senza scrupoli, era tutto troppo bello per spostarci, per accatastare meraviglie su meraviglie. Se fossi stata da sola, nei miei vagabondaggi da esaltata in cui a volte mi fermo senza seguire i programmi perché mi ingolfo di bellezza, avrei fatto esattamente le stesse cose.
Ci siamo spiaggiati a fare la siesta su un prato del castello, vedevo le mie scarpe infangate e l’Appennino di mille arancioni, dall’alto. Sembrava di volare ancora.

Mollata la pietra di Bismantova, pensavamo di andare solo alla panchina gigante (una delle uniche cose non in miniatura che ci interessasse) ma, mentre arrancavamo con le panze piene e l’andatura da lupo de La spada nella roccia, abbiamo avuto la bella idea di chiedere quanto fosse lontana la panchina gigante: due ore. Niente, senza nemmeno il tempo di consultarci eravamo già verso la macchina, che andava riconsegnata; raccoglievamo foglie bellissime cadute lungo tutta la discesa nel bosco.

Al ritorno abbiamo cambiato percorso, erano le cinque di pomeriggio ed eravamo in autostrada, in una zona che non c’entrava niente coi paesetti della mattina. Eppure, nei campi poco lontani dal guardrail, c’era la nostra mongolfiera che ci salutava. Ora, io in una vita intera non ho mai visto una mongolfiera in un campo, quale combinazione astrale ce l’ha fatta rivedere -proprio la nostra- quel giorno stesso?

Sani e salvi ci siamo salutati e separati, la vita è tornata quella di prima, ma il ricordo della mongolfiera faceva sbrilluccicare tutto. Ancora siamo entusiasti e beati, dal volo, ma pure dall’idillio di pranzo, con quei calici che affacciavano sul bosco. Anche le mattine dopo è stato necessario rivederci e riparlarne con gli occhietti a cuoricino.

La mia giornata non era finita, un altro evento eccezionale stava per capitare.
Appena a casa ho dovuto svuotare lo zaino di corsa, svuotandolo un po’ anche della mia felicità (l’ho messa ad aspettarmi sul comodino) per fare spazio a quella che sarebbe arrivata, perché avrei rivisto Ezequiel, l’argentino sorridente che faceva bene al cuore ai tempi della mia tesi.
Non lo vedevo da nove anni, non sapevo nemmeno se l’avrei mai più rivisto. Ho ancora la sua foto e la sua canzone in camera; ancora, quando si nomina l’Argentina tutti noi cantiamo Adios Muchachos, e ancora ricordo quegli occhi disegnati e quella bellezza dentro e fuori, che portava il buonumore già solo sorridendo. E’ arrivato dall’Argentina con la moglie, e stanno tutt’ora vagando in bici nel vecchio continente; non aveva in programma di passare da Bologna, ma quando si è accorto di essere a poche decine di chilometri da noi gli è venuta nostalgia e ha cambiato rotta, per rivedere il Gruppo Grep, in ricordo dei tempi in cui cantavamo e ridevamo, e ci applaudivano dai cortiletti del centro.

Mentre ero per aria, Valentina ha avuto la briga di riunire i viandanti: due che pedalavano da chissà quanto, partiti dall’altra parte del mondo, l’altra appena scesa da una mongolfiera. Si è trovata a cena, insomma, coi fratelli scemi di Jules Verne.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...