Pergolati, maioliche e traboules per capre

  1. Il perché di tutto questo: come mai sono stata via più di dieci anni
  2. Il giorno prima: il B&B a 18 km da casa.
  3. La vera meta della fuga: il mio zaino torna alla sua casina al mare, che non sapeva di avere

La mattina dopo l’ho dedicata ad Amalfi: turismo puro, ho pure preso dei souvenir. Nemmeno di Amalfi ricordavo tutti quei vicoli strettissimi, salitine strane che portavano a porticine e corticine antiche, i fiori all’improvviso, le rocce che sovrastano tutto, alte, dietro le case. Non riuscivo a smettere di salire, se ad un bivio c’erano delle scalette, io dovevo prendere quelle, e poi ancora quelle altre, e quelle altre ancora. Come dei traboules, ma per capre. E non ho nemmeno iniziato nessuno dei sentieri, un po’ perché mi sono incantata nel museo della carta, un po’ perché stavo vagando come una beduina per non prendere altro sole, non volevo diventare rimbecillita col caldo che picchiava, né volevo beccare il pullman dell’ora di punta quando la gente andava via dal mare.

Ci avrei messo anche meno a prendere della carta souvenir, ma ho dovuto aspettare che una signora riccona ModaMarePositano facesse impacchettare: delle stampe giganti da avvolgere nei tubi di cartone con accortezza, della carta per acquerelli, dei timbri di ceralacca “ma se uno ha il doppio cognome come fa?”, altri fogli, aspetta anche questo, aspetta prendiamo anche quest’altro e “ma tutto quello che è esposto è in vendita?” e si voleva comprare pure un ciotolone porta oggetti espositore che costava seicento euro.
In fondo un paio di cose sono rimaste uguali. La gente, il sole, il volume alto dei richiami vocali: sono cose che tollero ancora poco.

La distesa di mare in quella parte di golfo, le scalettine che dalle casette arroccate scendono fino a mare… forse queste cose non le avevo mai viste davvero perché da quel lato di Costiera ci sono andata poche volte, magari nemmeno riuscivo a guardare dal finestrino fin laggiù. Però ti pare il caso di scoprirlo solo ora? Meno male che ancora mi funzionano le gambe, così ho ancora tempo per vivere questi posti come se fossero scarpinate montane.
Era esattamente quello che dovevo fare: prendere la Pippi che non aveva mai viaggiato, portarla in giro come piace a me, mostrarle cose belle, a modo mio.

Di giornate bellissime passate ad Amalfi ne ricordavo un paio, si concludevano sempre con una delizia al limone o una torta ricotta e pere. Sarebbe stato il momento giusto per fare la viaggiatrice solitaria trasognata con un dolcetto, ma ero così ingolfata di input che sono andata via mangiando pane e provola vecchi alla fermata del pullman.

Sono arrivata pure in B&B a fare il pisolino pomeridiano, ho finito delle cose di lavoro, sono tornata a vagare tra i vicoli per vederli di giorno con tutti i colori possibili oltre l’arancione. Al teatro stavano facendo le prove, c’erano strumenti di altre epoche e musichine sognanti; il sipario era aperto sul cielo con le nuvolette e i tetti piccoli delle case antiche, tutti diversi, come nei disegni dei paesini di mare che ho sempre trovato inspiegabilmente suggestivi.

Mi sono ritrovata affamatissima all’improvviso: era la serata giusta per la seconda pizza da assaggiare. La pizzeria era il localino, proprio sotto il B&B, che fa gli impasti con la farina del paese delle farine. Ho preso la pizza in teglia che mi avevano caldamente suggerito (una roba così, un impasto così leggero e una cottura così perfetta col fondo sottile friabile e il resto morbidissimo, non l’avevo mai vista prima); l’ho presa insieme ad un cocktail al limoncello, agrumi e altre cose belle (chiamato Costiera Amalfitana) in un vasetto di ceramica bianca e blu, come quelli da cui mi immagino di sorseggiare, scialandomi, sulle mie terrazze immaginarie.
Vedi, io quest’anno la limonata davanti alle Odle l’ho bevuta, ma al piano di sotto c’erano dei casinari, fuori posto, che mi facevano rodere l’anima. Qui, con questo drink gustosissimo frizzantino al limone, era tutto al posto giusto.

Era l’ultima sera, il lungomare era già troppo affollato per i miei gusti, ma c’erano i baracchini dei burattinai che fanno le caramelle veneziane. La mia prima fuga a Roma fu decisa da quei bastoncini di zucchero. In giro c’erano tipe tutte tirate (e pure un po’ tamarre)… ma quanta pazienza hanno di usare il loro tempo e le loro energie per sistemarsi così? La mia pochette quella sera era una busta della spesa tipo barbona, con dentro le chiavi, un quaderno e una sciarpetta. Me ne sono stata seduta al porto, a guardare le lucine e i riflessi, a pochi metri dai pescatori.

L’ultima mattina, dopo aver vagato ancora un po’ sul lungomare e per i vicoletti con la calma della domenica presto, l’ho dedicata ad un altro posto che pensavo di aver visto e invece non avevo capito niente: il giardino della Minerva. E’ un antenato di orto botanico messo su da un esponente della scuola medica salernitana in tempi di teorie galeniche. La tappa botanica è una cosa che non manca mai nei miei vagabondaggi.
I terrazzamenti, le erbe medicinali, le ninfee giganti che spuntavano di oltre un metro fuori dalla loro vasca e ti facevano sentire sott’acqua guardandole dal basso, i pergolati affacciati sul mare, i capelli di Venere che frangevano l’acqua delle fontanelle, le fronde di capperi hanno completato la meraviglia di cui avevo bisogno.

Ma, soprattutto, c’era il terrazzo, tutti i colori al posto giusto: una pianta di fichi d’india piena di frutti, una fontana con le ninfee e le pietre da canzone antica, col cielo sullo sfondo e i pergolati di viti. E c’erano i tavolini di ferro battuto e ceramica colorata, che affacciavano sul mare. Ho preso una tisana fredda ad un tavolino verde acqua e dei biscottini da colazione, sotto il pergolato.
Scrivevo, piangevo, gongolavo.

Silvatica: menta, rosmarino, liquirizia.

Avevo bisogno di tutto questo, proprio in questo ordine.

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