Il mio zaino impara il mare

  1. Il perché di tutto questo: come mai sono stata via più di dieci anni
  2. Il giorno prima: il B&B a 18 km da casa.

Tra le cose che non sono mai cambiate e su cui mi sono rinfrescata la memoria: il trasporto pubblico. Io ero rimasta a una cosa tipo “tu controlli i tabelloni, chiedi pure conferma a quelli del luogo, ti trovi alla fermata in orario, poi aspetti dai dieci ai duecento minuti”. E dove ero rimasta coi ricordi, là è rimasta pure la realtà; io ero tranquilla, prima di partire ho controllato che arrivarci a piedi fosse fattibile. Il primo pullman non è mai passato, il secondo sì ma non proprio in orario, poi ha fatto scendere una metà di noi per farci aspettare il terzo, con aggiunta di litigata tra passeggeri e autista.
Se queste cose le fai quando hai tutta la giornata davanti, quando in un posto manchi da dieci anni e nessuno ti sta aspettando, non ci trovi niente di male, aspetti con lo sguardo sereno guardando il cielo e i colori delle maioliche. Ma quando andavo a lezione e la mia anima veniva sfrantumata dalla mattina alla sera, tutto questo atteggiamento Zen mica ce l’avevo.

La strada della costiera me la ricordavo tutta. Le insegne, le grotticine, i locali un po’ invecchiati. Le casettine dietro le curve, le curve dietro le casettine, quante curve mancavano per arrivare, i parcheggi, i nomi dei ristoranti, mi ricordavo tutto. Quello che non mi ricordavo, e non capisco come sia possibile, erano le rocce. Certo, mi potevo fidare del parere di un vecchio albergatore sudtirolese che diceva di essere rimasto incantato dalla Costiera perché c’era la montagna così vicina al mare, ma io quelle rocce non le avevo mai viste così ripide. E poi spuntavano rampicanti, bouganville, campanelle viola che tappezzavano tutto. Smetterò mai di chiedermi come ho fatto, allora, a non vedere tutte le rocce, le piante e i fiori?
Ma poi le pareti di roccia sono così alte e a picco sul mare, ma non sapevo proprio guardare?
L’infusione di tranquillità che dà la distesa del mare, non solo l’orizzonte, ma tutto quello che c’è prima, io non l’avevo mai provata davvero.

Ovviamente ho pianto appena è apparsa la torre dietro la curva.
Piangevo triplo: per la me di allora a cui è stata negata per anni, per la me di ora che è grata all’Universo, per mamma che non può vederla e crede che sarà così per sempre.
Io mi riprendo tutto. Forse sono in tempo per ridare tutto pure a lei.

Ero convinta di scendere in spiaggia e passare inosservata, imbardata come l’uomo invisibile con occhiali, mascherina e bandana, nonostante i miei vestiti da scappata. Per lo meno, pensavo di dover iniziare a fare l’uomo invisibile solo una volta scesa giù in paese, non da subito, dalla strada, mentre guardavo la spiaggetta gioiellino.

Ma dalla strada stava salendo Glè. Non aveva senso nascondermi (né era possibile, se non buttandomi nello strapiombo).
Mi ha salutata tranquillissima, senza stupirsi, senza chiedersi se fossi io.
Ho pianto tantissimo, ho pianto già mentre le rispondevo al Ciao. Mi diceva “tranquilla, non è successo niente, tranquilla…”. Ma io mica ero agitata.
Era stata una mia compagnella, le nostre mamme sono sempre state scemissime insieme (come anche noi) e hanno vissuto avventure, inventavano giochi di parole cretini, viaggiavano, ridevano tantissimo. La sua mamma è morta due anni fa, quando a casa mia era già proibito parlare di Erchie, e in quei giorni eravamo sulle Alpi.
“Ma tu stavi andando da qualche parte, ti faccio perdere tempo”
“Stavo andando a Cetara a badare ad una bambina…”
“Faccio un po’ di strada con te, alla fine sono anche venuta per camminare qui”
Le raccontavo tutto, come questa fuga demenziale fosse in realtà l’unica soluzione per non causare danni a nessuno.
“… mi sposo.”
“Lo so. So tutto, non scrivo, non appaio, ma ci siete sempre. Ora ho trovato il modo.”
“Tua mamma mi scrisse una lettera”
“Lo so… non so nemmeno esattamente cosa ti abbia scritto, ma vi pensa sempre, ricordiamo sempre tante cose fatte insieme, erano tanto amiche…”
Vabbè, altri pianti, l’ho lasciata andare, dopo questo impatto poteva solo migliorare.

E così ho proseguito. Convinta, tutta mimetica, avanzando tipo cieca con gli occhiali scuri, mascherina nonostante fossi sola, la consapevolezza che comunque sembravo uno gnomo scemo scappato di casa, con la gonna silvestre e le scarpe da trekking in spiaggia.
Erchie è una baietta minuscola. Ma minuscola proprio, è grande quanto il parcheggio della mia facoltà.
Il mio piano era: buttarmi in acqua nelle ore migliori, asciugarmi al sole il minimo indispensabile, prendere tutte le mie bagattelle da profuga e avanzare sul bagnasciuga con le scarpe in mano, spuntare direttamente al tomolo (il mini lungomare), piangere un po’ anche lì, guardare casa del nonno da lontano mangiando pane e provola senza farmi notare da parenti e affini, poi risalire per la stradina laterale, di nuovo in versione grandi ustionati di cui si vedono solo gli occhi dietro le bende. L’unica cosa lontanamente coincidente tra l’esecuzione e il piano originale è stata l’ustione: eh, che ci potevo fare, portare con sé una crema solare quando si dice che si andrà a firmare scartoffie in segreteria può essere leggermente sospetto.

Solo che avevo dimenticato un piccolo dettaglio: il COVID.
Eh non lo so come ho fatto a dimenticarlo, il responsabile del fallimento della vacanza in montagna, il donatore di smartworking che ha contribuito alla riuscita di questo piano, ma pure la causa della sparizione totale delle spiagge libere in una baietta di duecento metri.
“Prego” vabbè, almeno il giovane degli ombrelloni non lo conosco.
“Eh. Non ho prenotato, non so come funziona e sono qui a caso”
“Vuoi un lettino?”
“Boh sì ok. Grazie mille”
Ok, quindi mo questo lettino lo pago lì dove c’è quella tipa che… mannacc. Quella tipa, che è Kati. Gestiva l’unica botteghina tabaccaio del paesino, passavamo lì davanti ogni giorno, sapeva benissimo che le sigarette che compravo non erano per me ma per le amichette che mandavano me al posto loro per non farsi scoprire dalle mamme. Molto bene. Vabbeeeè ma non mi riconoscerà, cosa gliene fregava di me, mi avrà scordata, non è manco mia parente.
“Buongiorno, vorrei un lettino fino a ora di pranzo.” Aaah come sono gnorri e splendidamente camuffata grazie alla mascherina e al resto.
“Buongiorno, cert…” alza lo sguardo e si blocca con gli occhi stretti, sospettosi – divertiti.
“…”
“Ma”
“SIIIIIII’ SONO IOOOOOO” e pure quest’altra s’è beccata il pianto da Carramba e il tragicomico racconto degli ultimi quindici anni.
Ma come ci volevo restare incognito? Manco la barba mi avrebbe salvata. Le ho raccontato tutta la mia vita. Ormai avevo spiegato abbastanza bene la situazione da far capire che la segretezza non era un capriccio ma una necessità. L’avrebbe spiegato bene agli altri che apparivano.
“Eh ma la riconosci?”
“Certo che la riconosco! Ma che ci fai vestita da boy scout? E le canti ancora quelle canzoncine?”

Il mare era come lo volevo io.
A me non è che il mare non piaccia, è che se non è almeno come lo voglio io, preferisco non averlo. Ma quando ce l’ho, avanzo con la spontaneità con cui cammino, mi butto nell’acqua fredda come se l’avessi fatto ogni giorno della mia vita. Dietro una barca era nascosto un gabbiano, poggiato -seduto?- in superficie come le paperelle. Nei miei momenti giusti che potrebbero durare per sempre o c’è una poiana a fischiare, o c’è qualche paperella.
La torre dal basso, pure lei, era piena di fiori tra le rocce. Ma ci sono sempre stati? Non avevo mai notato niente. Ma poi non avevo mai guardato quegli scogli dal basso, possibile che non avessi mai alzato lo sguardo?
La spiaggia era ancora poco affollata, c’era silenzio, ho vagato al largo fino all’altro capo, sentivo solo lo sciabordio dell’acqua intorno alla testa, non avevo mai fatto caso che si sentisse. Anche perché i miei, all’epoca, mi costringevano a fare il bagno coi tappi per le orecchie, pena l’ammorbamento eterno per una potenziale otite. Ho imparato in piscina a Bologna, che si può fare a meno dei tappi senza avere per forza problemi.

Io che chiedo un lettino al lido

Crollata completamente la mia identità segreta, sono apparsa anche alla mia casina sul mare, era aperta, ero convinta che non ci avrei trovato nessuno. C’era mia zia che spazzava a terra. E’ rimasta sorpresa, ma poi anche a lei è sembrato tutto sensato.

Ho chiacchierato sotto il pergolato con un cugino lontano violinista, che si stupiva di questa storia perché nell’immagine che ha di mio padre lo ricorda così socievole, così sensibile, ricorda che ad una cena si era commosso quando l’aveva sentito suonare. Ed è anche così, infatti.
Ho chiacchierato con mio zio, che mi ha fatto vedere come ha sistemato la casina, che mi ha ripetuto almeno trenta volte che lì posso andarci quando voglio, anche per tutta l’estate, perché è anche mia. A qualcuno sembrava assurdo il livello di ammorbamento che raggiungiamo in casa e che mi impediva di tornare, e quanto sia grave subirlo come fa mamma senza inventarsi piani malefici. Qualcuno sapeva già tutto. “Ma guarda che non è venuta qui per vedere se abbiamo fatto bene i lavori in casa… è venuta per chiedere aiuto!”
Ho pranzato coi miei zii, con quei rigatoni col pomodoro -un po’ fessi- identici ai pranzi di quando c’erano i miei nonni, nell’angolino della cucina nascosto dalla porta, che è sempre stato il mio posticino rintanato.
Ho scoperto altre mosse subdole di mio padre in questa storia, strani intrighi orditi da lui per faccende passate. Mamma me le avrà nascoste per non metterlo in cattiva luce. Ma non c’è bisogno, ho abbastanza luci mie che mi bastano e avanzano.
Quando mio padre scopre che una cosa ti piace tanto, se questa cosa comporta dei rischi (dove per rischio si intende già solo restare impigliati coi capelli nella zip della giacca), te la toglie come il fuso della bella addormentata, fingendo che sia colpa degli eventi.
Le mie cose e persone migliori non le ho mai dichiarate per questo, perché se non sa che una cosa ce l’hai, non può nemmeno togliertela.

Passeggiare sul tomolo dopo pranzo era uguale a sempre, lo vedevo che stavolta alcuni mi riconoscevano, ma non ero in gran confidenza prima, quindi passavo senza fermarmi a piangere. Lì in mezzo c’è pure quello che ora ha le pecore e gli asinelli sulla montagna più su, lui invece non mi conosce e non può sapere che i suoi ciucci sono un tassello di questa avventura.
Ho percorso l’altra stradina fino a su, io me lo ricordavo come un trasfertone che nessuno aveva mai voglia di affrontare, ci sono voluti due minuti. Pensa tu come valutavo le distanze prima.

I miei zii mi hanno spiegato che ci hanno lasciato un passaggio speciale per arrivare in spiaggia senza passare dai lidi. Sono andata a sbirciare da quella parte, ero nascosta dietro le barricate del lido.
“Ma io ti conosco!”
Eccallà. Ma dove mi volevo avviare in incognito? Chi è mo? Ah ecco, è Winny, che ormai è grande ma l’ultima volta era un bimbetto, io alla sua età i grandi manco li guardavo in faccia (beh forse pure adesso).
Mi giro con la faccia della sconfitta, ma divertita.
“E’ possibile.”
“Io mi ricordo di te… ma forse tu non ti ricordi di me.”
“Ma certo che mi ricordo di te, non mi aspettavo che ti ricordassi tu. Sono tornata dopo dieci anni convinta di passare inosservata e invece…”
“E invece hai scelto l’anno sbagliato!”
“Eh un po’ sì, ma è proprio l’anno sbagliato che mi ha permesso di tornare! Che cosa assurda, beh aspè vengo da quella parte, cosa sto a fare qui oltre il muro? E poi… c’è Maura?”

Mi misura la febbre, mi porta da Maura. Lei non sa ancora che racconto folle sta per ascoltare, mi intrometto, come ormai mio solito, mentre chiacchiera con una, stavolta almeno chiedo scusa per l’interruzione. A me dispiace fare così la scustumata, ma in queste circostanze il resto del mondo sparisce, esiste solo l’altra persona-pubblico ed è indispensabile che sappia tutto. Come era indispensabile che la “troupe televisiva” sapesse assolutamente che sapevo abbaiare.

Maura ancora non sa che, tra i tasselli che hanno creato questa bomba sottomarina, lei è il primo.
“Tu non sai quante volte ti ho sognata da ottobre, perché, senti, senti questa storia… ” è una storia che non mi stancherà mai [e così, alla fine, sono diventata una cantastorie] “…e così, proprio perché eri stata tu a chiedermi di abbaiare al bancone dello chalet, è successo tutto questo, e ora sono qui.”
Stavolta non ho pianto subito, ma alla fine del racconto ha pianto lei.
“Ma poi io ho conservato tutto, e vabbè, io metto sempre in memoria mille cose, ma voi? Non mi aspettavo che Winny mi riconoscesse, era piccolo…”
“Ma per forza! Tutti si ricordano, perché tu eri un personaggio!”

E’ che io non mi aspettavo che tante persone avessero questo ricordo di me così nitido e, soprattutto, così giusto e coincidente con questa testa di capretta giullare che ancora sono.

Mi è sembrato normalissimo tornare in macchina coi miei zii, mi hanno invitata anche a stare a Salerno se qualche volta ho bisogno. Per mio padre sarebbe peggio sapere questo che scoprire che mi sono accordata con Belzebù.
Non lo so che fine ho fatto quella sera, ho vagabondato di nuovo tra i vicoletti, finché non è arrivato un temporale.

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