Il B&B nella mia città natale

I giorni prima di attuare questo piano restavo a letto con gli occhi sbarrati senza riuscire a prendere sonno. Manco per l’Australia ero messa così.
Chi mi ha conosciuta negli ultimi quindici anni, incluso tutto il mio nuovo mondo bolognese, mi ha trovata già in versione vecchio scapolo montanaro. In tutti questi anni ho affinato il mio occhio per gli zaini, per le radici, per le rocce, le cascate di fiori, ho scoperto quanto sono felici i miei piedi se camminano a lungo.
Probabilmente avrei potuto anche seguire montagna e mare in parallelo, se non fosse che il mare si portava dietro tanti guai. Un approfondimento sui guai, se proprio volete appesantirvi l’anima, lo trovate qui.
Così come i miei viaggi all’estero sono sempre stati segreti per evitare rotture di cazzo, ho reso segreto il mio viaggio a venti chilometri da qui.

Giovedì pomeriggio ho finto di prendere un treno per Bologna, per fare una toccata e fuga “in Segreteria”. Fino a “Segrete” era pure la verità. La scelta dell’alloggio a 18 km da casa è un momento in cui ti puoi sentire anche abbastanza idiota, soprattutto da grande, quando con gli ostelli e gli accampamenti hai già dato e quindi spendi pure abbastanza. Non è vero, amerò sempre accamparmi, ma in questo caso avevo bisogno di qualche lusso, tipo la certezza di trovarci i mini set col dentifricio e il wifi stabile, perché nel frattempo dovevo pure lavorare, fare videochiamate e trasferire dati pesantini. 

Il piano in sé era abbastanza facile, bastava controllare un po’ il meteo, potevo pure tornarmene a casa a piedi in due o tre ore. Generalmente i miei mi accompagnano alla stazione della mia città, da lì raggiungo Salerno in treno, da Salerno parto per Bologna. L’unico rischio (molto molto basso, vista la canicola, la sciancataggine e la pigrizia) era che mi portassero in auto a Salerno e aspettassero al binario della Freccia e mi salutassero col fazzoletto. Il piano di salvataggio in quel caso sarebbe stato: A) fingere di andare a sedermi al mio posto e poi scappare dalla porta di un’altra carrozza. B) Arrivare a Napoli e tornare indietro. I BigMoney non faranno la felicità, ma la tranquillità sì.

Il mio angolino da fuggitiva

Appena in B&B ho avvisato PanDiStelle che ero lì, ma ovviamente io faccio piani senza avvertire, la gente ha altri impegni fissati e mi arrangio. Ma anche questo era il mio obiettivo: essere sicura che tutto quello che stavo facendo fosse scelto da me e solo per me e per i luoghi, indipendentemente dalla bella gente.

Mi sono fatta indicare i posticini dove mangiare come se fossi una turista vera, quando poi lì ci sono nata. Senza saperlo ero capitata a pochi metri da un posto che fa le pizze con la farina del Paese delle Farine* e vederle esposte in vetrina dava già senso all’Universo.
Ho lavorato tranquilla fino a sera, poi è iniziato il vagabondaggio.

*La bomba sottomarina che mi è esplosa nella testa dopo l’incontro fortuito di qualche mese fa ha portato ad una serie di network con focus su due punti: la gente con gli asinelli in costiera e il paese delle farine. Questo paesino, sperduto nel Cilento, ha un mulino a pietra da cui arriva la migliore farina mai provata fino ad oggi. Poi, per caso, era pure il paese dove è cresciuto mio padre perché mio nonno ci insegnava.

La prima cosa che mi ha fatto rabbia è che, invece di avere dei ricordi di gioventù, avevo un miscuglio di ricordi in città spagnole, francesi e lungomare australiano. Può essere anche una cosa bella per fare la brillante cosmopolita, ma il fatto che non ci fosse niente nella mia memoria era indicativo di quanto poco avessi vissuto queste vie. Non era giusto, mi dovrei ritenere fortunata perché non c’era la guerra, non c’erano torture, ma non era giusto togliere alla piccola Pippi quelle cose, senza motivo. 

Certo, pure io non sapevo campare, non sapevo guardare. Come cacchio non avevo mai visto quei vicoletti stretti bellissimi? Così stretti che certe volte pensi sia un vicolo cieco, invece avanzi e scopri che è un vicolo-cunicolo. Come avevo fatto a non accorgermene mai, io, che mi ficco in tutti i portoni e tutte le stradine segrete? Io che quando sono stata a Lyon ho trascinato un tizio serio e in carriera a suonare ai citofoni dei portoncini alle due di notte, mezzi ‘mbriachi, perché mi ero fissata che volevo trovare uno di quei famosi traboules. 

C’erano traboules ovunque, da sempre, a Salerno, e io passavo e spassavo al corso dello shopping come la maccarona. Sì, è vero, coi miei compagnucci abbiamo deviato un paio di volte quando eravamo più grandi e scemi, ma niente a che vedere con quello che ho visto in mezz’ora questa volta. Così, mentre mi elettrizzavo perché ad ogni angolino trovavo qualcosa di più stretto e impensabile, sono capitata dietro le quinte di qualcosa. Era un teatro, all’aperto, in mezzo alle corti antiche. Quando ho realizzato in che magia fossi, è iniziata la Barcarolle di Offenbach. Oltre ad essere la melodia più sognante che mi venga in mente, è sempre stata presente nelle mie fughe più ardite.

C’erano i vicoletti con le pietre antiche, case ferme al ‘900, una vecchia affacciata che si godeva lo spettacolo dal suo balcone, piante arrampicate ovunque. Ma c’erano tutte queste piante quando ero piccola? Tutta questa vegetazione che rivestiva le pareti delle corti? Io tutte queste cose le cercavo nei giardini segreti di Bologna, aspettavo per vederle una volta all’anno, come se non le avessi mai viste prima…

Sono passata al lungomare, l’idea era di mangiare qualcosa guardando l’orizzonte, ma prima volevo cercare la barca di PanDiStelle al porto vecchio. Non ho ancora capito se avrei potuto farlo, ogni volta imboccavo una strada che non era un accesso pubblico. Apparivo come la vagabonda, guardandomi intorno e ficcando il naso, e venivo bloccata da questi vecchietti con la canottiera -sembravano guardiani dei videogiochi punta e clicca- che mi guardavano con sospetto, come si fa coi zinghiri che scarabocchiano i simboli in codice sui citofoni.

Nella luce arancione continuavo a notare rampicanti, palme, facciate di palazzi tappezzate di piante… anche in Australia, la cosa che mi colpì di più fu la vegetazione.
In pizzeria mi hanno dato un posto al divanetto col mio amico zaino e pensavo a quella prima volta in cui mi ero trovata a cena da sola a mangiare coccodrillo; da allora, i miei pasti solitari mi sono rimasti così tanto nel cuore, che ancora non ho capito se mi piacciono davvero più di altre pietanze o se c’era solo il gusto dell’erranza.
All’altro tavolo, tra le borse del mare, era poggiato un pareo uguale a quello che avevo quando ci arrampicavamo verso la torre diroccata o scendevamo tra gli scogli tra i varchi stretti di cancelli arrugginiti. Ogni volta lo strappavo in qualche punto, proprio per quello era il mio preferito. Mia mamma cercava di eliminarlo quasi quanto il mio giubbinazzo di pelle.
La pizza era buona, la birra pure, l’acqua fa ruggine, sentivo vagamente le chiacchiere delle famigliole al tavolo accanto, ma spariva tutto nella beatitudine dei miei pensieri nuovi e nella nitidezza dei miei programmi del giorno dopo. 

2 pensieri riguardo “Il B&B nella mia città natale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...