Pane, pena, e pic-nic col ciuccio

Qui c’è un po’ di silenzio stampa.
Nelle ultime settimane mi sono trasformata in una specie di goblin malefico, non so spiegare bene la dinamica.
Tipo quando capitano le sfighe e tu ridi, un po’ per non dar soddisfazione a Murphy, un po’ perché così il tuo organismo si ritrova coinvolto in sorrisi e neurotrasmettitori buoni e non ci resta troppo male. Io però ho fatto al contrario. Io non avevo niente di particolare per cui ammorbarmi, anzi, dall’interno ero tutta sbrilluccicosa, ma ho interpretato la parte della tenebrosa tormentata e ci sono diventata. Ci sono diventata così tanto, che mi sono scordata pure i motivi per cui ero sbrilluccicosa.
Mi sono impantanata. Mi sentivo rachitica spelacchiata e con le verruche in testa, nascosta in un antro tetro a guardarmi intorno furtiva e a ciucciare il sangue dalle zanzare.

Ho avuto delle incomprensioni pure con la cucina, col forno, con le farine belline, la goblinaggine finiva pure nelle pagnotte. Uno schifo generale.
E poi ho i rubinetti degli occhi rotti: ho pianto perché in un libro si elogiavano gli asinelli del Mediterraneo, ho pianto perché mentre Abelardo moriva Eloisa era da un’altra parte, piango ancora dopo dieci anni per la conclusione con “Parole, Tempo, Formaggio” che mi scrisse Chris nella sua prima mail dopo mesi di silenzio.
Chi lo sa che cosa si è fulminato qua dentro. Pure i sogni avevano un gradiente crescente di pena.

Il pane la sente, la pena.
O meglio, se tutto questo struggimento lo si mette nel fare il pane, e si impasta finché il rosico non si è sciolto tutto, lui lievita come si deve, cresce bene, e pure in forno fa il suo ultimo exploit di paffutaggine per renderti felice.
(L’altra teoria che spiegherebbe l’ottima riuscita è che la biga fosse fatta con l’acqua di Lourdes)

Così oggi ho preso dell’olio buono in una bottiglietta portatile, del vino in un barattolo di ragù, libri di poesie in un cartoccio per i fritti, e me ne sono andata a struggermi e bearmi (contemporaneamente) in collina. Non c’era quasi nessuno, non è ancora primavera, anche se le gemme iniziano a somigliare a dei popcorn, di quelli piccolini poco esplosi.
Ho imbandito l’interno giacca col mio pranzo di pane, mele e carote. Avrei tranquillamente potuto invitare a pranzo un ciuccio.

Quando sono scesa da lì non mi ricordavo più nemmeno di avere mai pianto nella vita.

2 pensieri riguardo “Pane, pena, e pic-nic col ciuccio

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