Caggè caggè caggè ragù

Nonostante il mio aspetto da capra scimunita, sono stata scelta come testimone per una causa. Siccome le mie giornate non erano abbastanza piene di casino, e siccome ho un po’ il fetish per vedere gli edifici dall’interno dai luoghi non normalmente visitabili, soprattutto quelli dei palazzi importanti, ho deciso che si poteva fare. Poi all’uscita c’era la piazzetta dei mercatini francesi, in un giorno feriale e senza folla, servivano altre ragioni?

Ovviamente, mi sono buttata quasi completamente ignara delle procedure, un po’ come quando stavo per imbarcare il passaporto nel bagaglio in stiva e l’ho preso per caso all’ultimo secondo mentre la valigia era già sul tapis-roulant verso l’Australia.
Mi erano state date vaghe indicazioni sulla causa, anche abbastanza superficiali, tutti erano superscialli, figurati io come potevo essere.

E così, il momento da film temuto da molti, tipo “cosa hai mangiato a pranzo il ventisei luglio dell’anno scorso?” è arrivato davvero.
Nessuno mi aveva preparata al fatto che mi avrebbero veramente chiesto dettagli sul pranzo di una data precisa di mille mesi fa. Fosse stato l’anno della Taglialegnaggine, avrei saputo veramente pure il menù, ma ormai dovevo ripescare tra i ricordi sfusi. Però la certezza di dove fossi quel giorno non ce l’avevo.
Ora, a loro è andata di lusso che io abbia la capacità di allocare informazioni in apparenza inutili nella mia memoria. Solo grazie a questo super potere inutile, ho ripescato dagli abissi dell cervello il dettaglio di un volantino attaccato alla vetrina del bar, con una data utile alla testimonianza.

Poi, a testimonianza finita, sono uscita e mi sono chiesta: “ma se invece mi ricordavo cape di ‘mbrello e adesso mi arrestano?”
A quel punto controlliamo un po’ tra le conversazioni passate se ho qualche indizio che mi confermi i ricordi, dovevo solo essere certa di aver frequentato il bar in alcuni momenti.

La prova che i miei ricordi fossero giusti è sparsa in queste informazioni scambiate con GigginoScemo:

  • una foto di GigginoScemo che mi indica un vecchio gobbo alle sue spalle
  • una nota vocale con l’imitazione del respiro rauco e affannato del vecchio gobbo
  • una nota vocale di me che urlo “EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE” come un pappagallo stronzo
  • io che dico che arrivo tardi perché sto aspettando un pacco con La voglia dei cazzi
  • Giggino che mi manda una sua foto in cui si tende la pelle della faccia per farsi gli occhi a mandorla e dice che ha preso la cinesite
  • parliamo di disegni di cicale bebè e cicale luna
  • avvistiamo omini aborigeni-tartaruga nella natura e poi diciamo che assomigliano a cicale
  • ricordiamo conversazioni, a pranzo, che trattano di Einstein e i suoi cetrioli, e ci lamentiamo che nessuno abbia riso
  • dico che mangerò l’ultimo erbazzone l’ultimo giorno di luglio. (questa è quasi seria, dai)
  • ci accordiamo per andare a prendere un caffè.
    Questo sarebbe un dettaglio semplice e lineare come prova, peccato che proprio in quei giorni il caffè lo chiamiamo caggè caggè caggè ragù. E poi ci aggiungiamo una testa di pappagallo sottosopra.

Se fossero stati meno scialli e mi avessero spiegato meglio i dettagli di cui avevano bisogno, io avrei cercato tutte queste belle cose in presenza dell’avvocato, me lo immagino “Ah sì sì certo, quel giorno sicuramente ci ero stata lì, infatti, vede, proprio quella mattina scrivevamo <<Caggè caggè caggè ragù!>>, è tutto così chiaro.” e così la difesa avrebbe perso un testimone e io avrei guadagnato una bella 104.

2 pensieri riguardo “Caggè caggè caggè ragù

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