Altro giro altra corsa!

L’incipit di questo post sembrava quello di un romanzo d’amore.
Cancellavo, ci riprovavo, e sembrava la pubblicità della vacanza dei sogni.
Cancellavo, e comunque sembrava l’estasi per il sogno di una vita realizzato.
Magari era tutte queste cose insieme, anche perché abbiamo vissuto felici, riso e magnato per due giorni senza tregua. Però, da catalogo, era un weekend tra amichetti a spasso. E’ che probabilmente ci sono weekend tra amichetti che funzionano meglio di un viaggio di nozze. Ma non c’è stata nessuna sfiga né imprevisto, non abbiamo disegnato urlando, non abbiamo fatto trasferte in posti imbecilli per scopi imbecilli, non ci siamo trovati con dei cavoli ammuffiti in mezzo al nulla della notte.
Cosa racconti se va tutto benissimo?

L’inizio della meraviglia per me sono stati i mercatini francesi. Era da un anno che aspettavo il ritorno dei burrozucchero (kouign amann) e dei formaggi con la puzza 3D. Sono arrivata al banchetto dei biscotti quasi commossa.
“Buonjornò! Ma que bel sorrisò!”
“Eeeh è perché è bello tutto questo!” ma tipo le rincoglionite dei film che sorridono alla vita perché hanno incontrato il principe azzurro, solo che io avevo incontrato i biscotti che aspettavo da mesi. Una sciroccata che sbrilluccicava in mezzo al burro e ai cristalli di zucchero.

Sono tornata a casa sperando di conservarmi l’appetito per la sera, ma prima c’erano impestamenti di formaggi, pane buono, pain au chocolat, palets al burro e la soup à l’oignon fatta senza lesinare sul burro (con costante reportage fotografico alGreco, ché fa sempre bene mantenere certe abitudini). Per fortuna a cena ci aspettava una delle nostre osterie preferite, con l’oste panzotto che viene a sedersi accanto a te e ti chiede “che vuoi mangiare?” e poi alla fine sceglie lui.

Lo special guest della serata era un amichetto storico di GigginoScemo, che qui chiameremo M-mh!*.
Già solo il fatto di essere amici da tanto dovrebbe essere una garanzia, ma sono bastati pochi minuti di chiacchiere in una specie di Esperanto perché diventassimo scemi in armonia come se stessimo facendo gli scemi da sempre.
Non abbiamo smesso un attimo né di raccontare cretinate dal passato, né di mangiare, né di bere.
Ad ogni lampione che lampeggiava, e pure quando sfarfallava l’abatjour decorativa accanto al nostro tavolo, sapevamo che a Bologna era nato un bambino.

* M-mh con tono affermativo e compiaciuto. Potrei chiamarlo anche Boh, visto che gli ho detto più “Boh” che parole, ma così sembra quando salvi in rubrica i numeri sconosciuti per non accertarti mai più della loro identità, quindi passo alla seconda espressione intraducibile che mi ha fatto notare di aver usato più volte.

Il motto della serata, tirato fuori da Amelia non si è ben capito perché -ma anche questo è il bello- è stato “Altro giro altra corsa”, modo di dire che nessuno è stato capace effettivamente di tradurre e spiegare, o magari siamo solo fessi io e NonFannoNiente, che non lo sapevamo.
Invece l’espressione importata è stata “come la greca” (dopo averla struppiata, perché in principio pare che las grecas, famose per apparire in condizioni disagiate di sfascio, fossero due). Che poi, nessuno è diventato La Greca, perché nonostante la seconda tappa in birreria a provare tutte le birre que faltaban, nessuno si è sfasciato e nessuno è caduto.
Anzi, dopo un pit stop logistico a Mirabilandia (casa mia con tutte le scemenze che ci tengo) ci siamo separati tutti coscientissimi e con un programma di colazione insieme il giorno dopo.

Ho raggiunto i piccoli in centro dopo colazione, prima sono stata a casa ad annegarmi nel burro dei kouign amann, e sono uscita cantando come quando ero giovane ed era primavera.
Sentivo già qualche arteria fuori uso, e il fegato pronto per diventare foie gras, ma dovevamo dare il colpo di grazia.
“Ai mercatini francesi fanno un pollo alla senape buonissimo!”
“Ma scusa… tu hai mai mangiato il pollo alla senape ai mercatini?”
“No. L’ho mangiato solo a casa tua.”
-Discorsi da messi bene-
“Ho di nuovo fame, ormai è ora di andarlo ad assaggiare davvero, il loro pollo”
Abbiamo fatto un’ultima passeggiatina tra i vicoletti del ghetto e tra i murales improvvisati. Il migliore era un ammasso di pallocchi cicciotti, ognuno con un’espressione diversa e, sulla guanciotta, un simbolo di una grande potenza mondiale. Ancora oggi se hai la faccia a palla, la boccuccia a cuoricino, e guardi per aria, per noi sei l’URSS.

A Bologna ogni giorno si incontrano pazzi col papillon che urlano tipo i gabbiani, lacontrolla, personaggi belli, stranezze ed amenità.
Quando portiamo in giro la gente noi, invece, capitano i preti.
Avevamo già un precedente in cui, dopo aver promesso una serata giovane, dinamica e alternativa, abbiamo portato il pallocco ad un concerto di suore.
Stavolta ci è capitata una processione con una mini-madonnina portatile, gente con abiti tradizionali ecuadoriani e canti di chiesa. In più gente col turbante da Bollywood che si faceva i selfie con questi altri dietro.
Ma cosa mi lamento a fare, l’ultima volta che ho ospitato qualcuno io, tutte le strade erano bloccate per il Papa, quindi può solo migliorare.

Al momento in cui ci siamo accorti che non c’era nemmeno da chiedere se volessimo dei calici o la bottiglia intera di vino, ho imparato “la duda ofende”. L’espressione mi è rimasta piantata in testa per ogni successivo dubbio illlegittimo.
Al tavolino in piedi, con il nostro pollo alla senape (che faccio meglio io), il boeuf bourguignon e il coniglio à l’ancienne da mangiare come la cavernicola, la bottiglia di vino, e la musichetta in sottofondo, abbiamo vissuto altri momenti idilliaci e perfetti.
Era uno di quei momenti sognanti in cui arriva un venticello lieve, che sposta un po’ le foglie gialle bellissime di gingko sullo sfondo, e sembra un attimo da film in cui tutto è al posto giusto.
Poi i nostri vicini di tavolo mi hanno sparato un pezzo di gambero addosso, dalla loro paella, facendo pure gli gnorri nella speranza che non me ne fossi accorta, e sono tornata nel mondo. Si sono complimentati con Giggino perché non riuscivano a capire se fosse italiano o spagnolo (“Quanto cazzo sei bravo?”) e noi ci siamo chiesti per l’ennesima volta cosa ci faccia la paella in mezzo alle raclettes. Per me c’era un’offerta di padelle giganti, se no non si spiega.

L’ultima tappa è stato il bar dei liquorini, e su cinque caffè non c’era una tazzina uguale all’altra o al suo piattino stesso. Lì ci ha raggiunti anche il Maghetto, il futuro coinquilino di Giggino, tutto pimpante e saltellante come una coda di lucertola, e mentre loro parlavano di giochini nerd di cui io sono sempre solo stata spettatrice in gioventù, io e M-mh parlavamo di acquarelli e riflessi da lasciare bianchi quando si dipingono le fragole. Quando scopro che qualcuno dipinge o disegna (inaspettatamente, quando non lo fanno per lavoro), resto sempre trasognata. Mi toccherà procurarmeli, degli acquarelli seri, non possono più restare solo un’aspirazione irrealizzata.

Quando abbiamo abbiamo salutato M-mh era come se avessimo passato insieme almeno un mese, io gli avrei pure rincorso l’aerobus, come quando rincorrevo la macchina dei miei preferiti che partivano a vacanze finite, finché non spariva dietro le curve della costiera.

Insomma, in un giorno e mezzo abbiamo vissuto più momenti belli che in mesi interi. E anche questa volta la morale della favola è: “la gente fa la messa male, e invece nel mondo c’è tanta bellezza”.

Ma soprattutto è il caso di dire: Altro giro altra corsa!

Un pensiero riguardo “Altro giro altra corsa!

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