Honeymoon a Firenze

Firenze è stata una collezione di cose e persone belle.
Si partiva male ma non malissimo: un convegno a cui sono stata spedita a tradimento all’ultimo minuto, un lavoro altrui da presentare oltre al mio, gente a cui dar retta obbligatoriamente per buoni rapporti di vicinato.
In compenso c’era una specie di luna di miele e fughe artistiche segrete tra me e Cordina: la casina di fronte agli Uffizi che -honte- non avevamo mai visitato, le cose buone che sognavamo di mangiare senza dignità, la città all’alba e al tramonto senza bolgia, Scoiattolina che per una coincidenza sarebbe capitata lì proprio il giorno in cui c’eravamo noi, in una toccata e fuga dalla California.

La sveglia all’alba (con quattro misere ore di sonno, perché fino a poco prima finivo di scrivere pezzi di progetti per il prof) sembrava valere la pena, anche perché la prima ricompensa è stata un cornettazzo al cacao tutto sbrodolante, mangiato con grazia in faccia ai baristi, come se fossimo appena arrivate dal deserto.
Per gli uffizi avevamo prenotato un biglietto salta fila VIP -cioè con pochi spiccioli in più, qualcuno ti raccatta e ti accompagna all’entrata a un orario preciso. Il tempo è denaro, quindi va benissimo.
La nostra raccattatrice è stata una ragazza super energica che ci ha parlato dei suoi viaggi in Thailandia, del suo futuro viaggio in Kenya, di quanto è felice quando viaggia e di quanto è bello il mio zaino.
Io avevo il mio zaino del cuore, più uno zainetto scrausissimo, vecchio di mille anni che non so manco dove l’ho preso; ho lasciato tutto ai depositi e ci siamo addentrate nel mondo di Madonne-con-bambini-brutti. Cordina quella notte poi ha sognato una tipa che teneva in braccio un bidet, secondo me non è un caso.
La parte in cui esaltiamo la bellezza dei Big dell’arte potrei riassumerla in un loop di “eh… vabbè. Eh no e vabbè… eh vabbè però.” Eh vabbè ed apprezzamenti ai satiri, che continuano ad essere il mio ideale di uomo.

Avrei voluto guardare meglio i Duchi di Montefeltro, solo che sono stata distratta da un signore che aveva lo zaino identico al mio, quello scrauso. Quello che nella vita non ho mai visto prima a nessun altro. Adesso io, col trauma della giacca perduta, col fatto che lì dentro c’era forse pure la mia dentiera che non posso perdere mai, sono proprio andata in tilt e ho bloccato il signore chiedendogli se potevo controllare che non fosse il mio zaino, perché il mio l’avevo lasciato all’ingresso e poi che ne so.
Lui, un attimo disorientato, ha detto sì, la moglie mi guardava stranita mentre pescavo nella taschina esterna alla ricerca del mio spazzolino, che ovviamente non c’era. “Ah bene grazie grazie non è mio.” e lui, tranquillo, trovando normale che una sconosciuta ti chieda di ravanare nello zaino.

All’uscita ci siamo commosse con lardo, gorgonzola, porchetta e tante altre zozzate in un tavolino che sembrava messo lì per noi, nonostante la fila dell’ora di pranzo. Esattamente al numero civico appena dopo le focacce zozze -sembrava che ogni nostro desiderio fosse un ordine- in questo portoncino con le scalette antiche e l’atmosfera di tarli e muffa, c’era la nostra casettina.

Il primo giorno di convegno è stata una tragedia di francenglish, espanenglish e italenglishdisastrissimo, avrei proposto di parlare ognuno la propria madrelingua ché tanto ci saremmo capiti di più.
Tragedie a parte, abbiamo ritrovato la nostra amichetta Greca di un meeting passato, che è scema veramente ed è stata nostra tutta la sera. Dopo aver scroccato al cocktail di benvenuto, dopo aver constatato che manco la passeggiata sul lungo Arno aveva smaltito il nosto lardo, laGreca s’è presa una focaccia con la porchetta e se n’è andata a casa così.

Il giorno dopo, il convegno era più decente e io avevo la presentazione non mia, che ovviamente ho raccontato meglio di tutte le altre cose che ho fatto per me nella vita.
Uno lontano nella platea mi ha fatto una domanda che non s’è capito se era scemo o cosa, ho risposto anche quasi sgridandolo, e finalmente la mia giornata è virata in magnare e bere fino alla cena di gala.
Durante la pausa pranzo, la nostra Greca parlava con un tizio, che aveva scoperto esser greco pure lui.
IlGreco mi blocca e “Scusa per la domanda di prima!”
“Ah, tu eri?”
“Eh sì, ma non era una buona domanda”
“EH.”
“Avevo interpretato male una cosa, scusa.”
Siamo rimasti d’accordo e felici e ci siamo voluti bene e abbiamo chiacchierato di vino, cibo e posti della Grecia.

Il pomeriggio l’abbiamo passato da turiste con laGreca a vagare per panorami, parlare di etimologie e liquorini.
Ci aspettava la cena di gala luxury, che per una buona parte è stata bellissima perché eravamo un tavolo di scemi, per l’altra è stata monopolizzata da una che ci ha parlato di tutti i disagi dell’allattamento e che però suo figlio era bellino. A noi, che siamo tutte delle capre.
Siamo andate via prestino sperando di seminare prof scomodi e altre tomelle, ilGreco ha chiesto di fare colazione insieme, ma senza dire dove né quando, quindi mi è sembrata una frase retorica.

L’ultimo giorno ilGreco si presenta con la faccia da stronzetto
“Oggi presenti di nuovo!”
“sì, ma questa volta almeno è roba mia! E vedi di non fare domande di merda.”
LaGreca ha suggerito che, nel caso lo avesse fatto, avrei potuto ricordargli dove i nonni italiani portano gli ombrelli.
Le domande me le ha fatte il chairman-belluomo, che si è pure intrattenuto con noi alla fine della session per commentare meglio, intanto che io tentavo di mantenere un ritegno perché dovevo rispondergli e Cordina si arricciolava i capelli e batteva le ciglia: messe bene.
Ma, ovviamente, le domande me le ha fatte pure ilGreco, con la faccia ancora più di stronzetto che da lontano ormai riconoscevo, e con grandi gag di lui con espressione poco convinta e io indispettita. Durante la pausa volavano da una parte all’altra della sala occhiate insolenti tra me e ilGreco, che poi quando ha finito di parlare e mi ha raggiunta aveva un “Concern about the presentation”
“Che altro vuoi, stronzetto?”
la sua espressione di stronzetto, a sorpresa, si è sciolta in un sorriso “Complimenti!”
almeno questa era una finta, anche questa volta eravamo d’accordo, e anche questa volta abbiamo potuto fare pace e tornare a parlare di vino.

Di pomeriggio siamo fuggite senza scrupoli alla mostra della Botanica di Leonardo, e mi sono beata tra geometrie di piantine, alambicchi, germoglietti orientati verso la luce, cerchi nel legno e scrittine alla rovescia.

L’ultima sera avevamo appuntamento con Scoiattolina per cenare insieme. In teoria avevamo già tanto lardo nelle vene per cui gli omini di Siamo fatti così dovevano fare tipo gimkana avanzando sui gomiti, ma io e Cordina abbiamo deciso di andare dalle focacce zozze sotto casa per una focaccia aperitivo.
Siamo scappate sopra a casa correndo, con un’impazienza ed un’euforia folle, non riuscivamo nemmeno a resistere, scartavamo le focacce come delle forsennate emozionatissime, scene da neo-sposini d’altri tempi che finalmente restano soli.

Scoiattolina intanto ha trovato un posticino in cui abbiamo fatto tante chiacchiere belline davanti a crostoni coi fegatini, con la salsiccia e stracchino, panino con la porchetta, affettati che a fine serata ci avevano saziate fino al cervello, bottiglia di vino, e quando abbiamo pagato undici euro stavamo quasi per commuoverci.

Siamo sempre un cluster di non clusterizzabili, Cordina inclusa, avremo sempre l’impronta di piccoli pulcini pio pio che vogliono far contenta la maestra, ognuna con le sue storielle; i ricordi di tutti i soggettoni che ci sono passati sul cammino sono ancora vividi, anche se sono passati dieci anni. Abbiamo proprio festeggiato bene questo anniversario di conoscenza.

L’impatto con la follia della zucca in capa mi aveva ingolfata completamente. Sto metabolizzando a ritroso Firenze, e mi manca tutto, la tranquillità e la riuscita perfetta di ogni piano, le chiacchiere con le amiche belline, ma anche le compagnie varie nei coffee break, le presentazioni con le gag e le domande stronzette. Anzi, le domande stronzette forse mi hanno un po’ ringiovanita, e mi hanno fatto tornare un po’ l’entusiasmo di interagire coi miei simili anche quando parlano di lavoro, invece di dare retta solo a quelli che parlano di scorpioni nelle pietre delle cattedrali. L’importante è che poi sappiano parlare pure di magnà.

8 pensieri riguardo “Honeymoon a Firenze

    1. E’ una verità che mi era stata pure preannunciata “Ah andate agli Uffizi? Bello bellissimo, brave, ma non hai idea di quante Madonne con bambini bruttissimi vedrai”
      I nostri commenti più frequenti erano diagnosi di Theme Hospital.

      Piace a 1 persona

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