Il mio giubbinazzo bellissimo.

La mia giacca di pelle da piccola metallarina è l’unico capo d’abbigliamento di cui mi sia mai vantata.
Cioè, apprezzo tutti i miei outfit da zampognaro, e c’è un altro paio di pezze che pure sono legate a momenti o concetti bellissimi e vorrei conservare per sempre, ma quando avevo il mio giubbinazzo metal mi sentivo benissimo e quando mi vedevo riflessa, o vedevo la mia ombra con la falcata convinta, ero il mio uomo ideale e la mia donna ideale insieme.
Nel marzo 2003 me l’aveva regalato mio padre comprandolo non ho ben capito dove, non ero ancora nemmeno simpatizzante metal allora. Lo sono diventata dopo pochi mesi e il mio giacchetto è diventato il mio beniamino.
E negli ultimi 16 anni, nonostante fosse liso e ormai quasi grigio invece che black aggressive, nonostante ne avessi visti tantissimi di chiodi, molto più cattivi di lui, non ho mai saputo sostituirlo perché ai miei occhi nessuno era così bello.
Però si vede che non era solo ai miei occhi, anche se mia mamma diceva che faceva schifo e che dovevo buttarlo.

Giovedì sono uscita d’inverno e sono rientrata d’estate. Faceva caldissimo, in bus si bolliva e avevo tolto il mio giubbinazzo per non sublimare. E quando sono scesa, visto che in vita avevo già legata una felpa del cazzo -che la mattina avevo pure cercato apposta nei meandri del cambio di stagione per stare più coperta- non ho notato nessuna eccessiva leggerezza nella mia imbardatura. L’ho notato mentre facevo la spesa e non so come ho fatto a mantenere il sangue freddo e non lasciare andare pure il portafogli il telefono e i porri con lo sguardo nel vuoto.
Ho chiamato i numeri chiamabili ma non si risolveva niente, allora ho passato oltre un’ora e mezza a salire su tutti i bus della stessa linea (che in genere fanno lo stesso giro dopo essere approdati all’altro capo della città). Chiedevo agli autisti la cortesia di cercare una cosa e riscendere subito, gli autisti erano tranquillissimi, io correvo tra i sedili fino in fondo, dove ero stata seduta, e riscendevo.
La gente intorno poteva tranquillamente pensare che stessi piazzando una bomba, effettivamente mi guardava un po’ preoccupata.
Quando si è diradato il traffico riuscivo a passare anche dall’altro lato della strada e controllare con uno scarto di 4-5 minuti tra un bus e l’altro da direzioni opposte.
Ho passato così un’ora e mezza, poi ho iniziato a riconoscere le facce degli autisti di quando avevo cominciato l’impresa, quindi avevo finito il giro.

Per ore e poi giorni ho tentato di far capire al mio cuore quello che il mio cervello sa benissimo, che gli oggetti non sono persone, me lo ripeto come un mantra. Invece sono riuscita solo a fare strani voti tipo “Se trovo la giacca mi va bene anche non sentire mai più questo e quell’altro”.
Un paio di persone me le riprenderei al massimo barattandole con un calzino.

Sono passata in tutte le biglietterie, ho chiamato i depositi, da lunedì diventerò una faccia abituale dell’ufficio oggetti smarriti.
La Quest del giubbinazzo non è ancora conclusa. Ho fatto fatica a prendere sonno, e ho pure fatto un sogno delirante dai toni mistici. Avevo tre lupi cecoslovacchi, Pole, il cagnetto più fesso, che può aver giocato con la giacca e averla lasciata in giro, un po’ strapazzata, ma almeno visibile. E poi avevo Maya e Yule (quest’ultima la più vecchia e saggia da cui l’altra prende esempio) che possono custodire la mia giacca, ma ritrovarla è difficile perché hanno l’abitudine di nascondere le cose preziose sotterrandole. Mi sono pure svegliata incazzata perché non avevo i cani come alternativa alla Tper.

Uno dei depositi che reputavo più scocciante da raggiungere (ma ovviamente per la mia giacca le distanze si annullano) è a pochi metri dalla fondazione MAST in cui c’è la mostra Anthropocene. Dalle anticipazioni prometteva bene, la vedevo troppo in Caulonia per andarci per hobby, ma visto che ormai ero a 500m da lì…

Una gran figata. Terribile, ma una gran figata.
Ho scoperto l’esistenza di macchine da cantieri per Umarell giganti, grandi grandissime, che sembrano un mix tra i mulinetti a tazze con cui si giocava in spiaggia e il Castello errante di Howl, che poi come fanno a costruire i pezzi di queste cose se hanno delle placche e degli ingranaggi grandi quanto una villetta, e come si pulisce il terriccio che resta nelle ruote, come si smontano, come si fa?
Ho rievocato foreste di Douglasie, le miniere di Carrara e la Barriera corallina con l’animo un po’ mosso -manco queste cose sono persone, però oh.
Ho scoperto villaggi di palafitte in scatafascio, lande di potassio, laghi di litio dai colori magici… ed era tutto terribile.

Lo immaginavo affollato per i miei gusti, visto il boom di ambientalismo recente, invece si stava di lusso; la realtà aumentata non s’infiltrava nelle capacità cognitive classiche, cioè c’è ancora modo di leggere, riflettere e osservare quello che vuoi, senza che ti salti un mamozio 3D davanti alla faccia come la graffetta aiutante di office ’97 e ti piloti i pensieri.
Il posto pure è molto bello (in genere sono fan di altri secoli, ma questa modernità era molto garbata) e la fondazione ha offerto il caffè, i succhi di frutta e la crostata.

Qualcosa di molto buono doveva venire fuori da questa perdita, che voglio considerare momentanea.

Adesso che però ho anche controllato di persona nei depositi e la mia giacca non è ancora apparsa, è tornato il mantra. Che poi sarà anche vero che gli oggetti non sono persone e non dovrebbe essere così grave se li perdi.
Questa giacca però era un po’ una persona, perché era un po’ me.

5 pensieri riguardo “Il mio giubbinazzo bellissimo.

  1. Domande:
    – tu sei sicura che tua madre non ti abbia seguito in autobus, camuffandosi tra laggggente, per eliminare dalla tua vita il giubbinazzo?
    – com’è la mostra?! La vorrei vedere pure io!
    – se ci mettiamo, riusciamo a creare una Scala che metta in rapporto gente e indumenti? Perché ci stavo pensando e mi pare molto utile per capire quanto contino certi rapporti interpersonali.
    Pu.

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    1. 1) ho altissimi sospetti che sia così, anche perché, mentre mio padre mi confortava con “Se non ritrovi la giacca abbiamo comunque le montagne”, lei diceva “Faceva schifo, solo così la potevi buttare, rassegnati.”
      2) Molto bella, Pupazz! Foto spettacolari sia come composizione delle immagini, sia come concetto, e vari video bellissimi da guardare con la mascella cadente. Il tutto abbastanza angosciante visto che quelle cose intanto accadono davvero; la portata di certi disastri non è proprio una sorpresa, ma i dettagli (vedi il macchinone castello errante di howl) sono inimmaginabili. Ci torno pure volentieri quindi se prima del 5 gennaio passi di qua, fammi sapere che ci torno!
      3) Ho iniziato e ho valutato della gente come calzini, degli altri come le magliette e i leggins della Decathlon a 3 euro (includendo il fatto che lavoro vicino alla Decathlon, quindi questi capi non acquistano manco valore in termini di tempo sprecato per procurarmeli); mi sono limitata alla tipologia giallina e affini, e ho avuto un po’ paura a proseguire per quelli che valgono di più, ma è fattibilissimo.

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  2. Forse gli oggetti non hanno un’anima, ma in alcuni mettiamo un pezzetto della nostra.
    Per quanto riguarda la classificazione delle persone con i vestiti, però mi viene un dubbio. Mettiamo la gradazione “gonna di Prada”, cioè, a me non fregherebbe nulla di perderla o meno. Ma ci sono altri individui che la valutano moltissimo. Dobbiamo lavorare su questa cosa!

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    1. No, no, poi ognuno valuta le sue persone sulla base delle sue gonne preferite.
      Quindi tu potresti barattare senza problemi la gonna di Prada anche per tenere un conoscente mediocre, e qualcun altro potrebbe cedere sua madre per tenersi la gonna.

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