Il villaggio di cucù

Questo weekend ho deciso di avventurarmi verso le Alpi bresciane per andare dai miei cugini che non vedevo da dieci anni.
Non so cosa aspettassi per raggiungerli, forse di riuscire a portarci anche mamma, o di avere una buona compagnia che apprezzasse le montagne.
Ma non vedo perché non andarci una volta in più, intanto che la gente si decide, invece di aspettare concessioni o miracoli che chissà se arriveranno mai.

Non ho dormito benissimo la notte della partenza, c’erano tante cose che non sapevo, non conoscevo i loro gusti di cibo, le abitudini, non sapevo cosa portare, mi chiedevo se non pensassero che apparissi per chiedere qualcosa di soldi o per qualche altra fregatura.
Invece io portavo semplicemente me, la cuginetta piccola con cui facevano gli scemi ogni domenica e ogni estate.
Io, di loro, cosa ricordavo? Cosa sapevo veramente?
Che erano i cugini grandi con le loro vite e i loro misteri, indispensabili per stare tranquilli dalle ansie dei genitori (qualcuno da piccola lo avevo anche aiutato a mantenere facendo da palo, senza approfondire); mi ricordavo che facevano ridere tanto, che ci travestivamo da scemi e facevamo i balletti a Natale.
E loro di me cosa potevano ricordare? Che ero la solita selvaggia, che comunque stavo bene in compagnia loro e della comitiva, nonostante il decennio di differenza, che avevo le mie passioni fuori tempo come la carta da lettere e le candeline alla vaniglia.
Tutti i miei misteri non li conoscevano, non esistevano ancora. Non sapevano nemmeno che cosa facessi nella vita.

E poi adesso c’era un’urgenza reale di andare a trovarli: la piccola pallocchina, figlia di Cullina, che sta imparando a parlare e camminare e non va bene che loro mi abbiano vista in tutte le mie fasi di vita, e io invece questa piccoletta rischiavo di vederla già grande come se fossi un’estranea qualsiasi. Io in fondo voglio esistere almeno come zia sciroccata lontana, e poi ho un nome molto adatto ad essere pronunciato da una piccolina* che pronuncia solo sillabe.

*oh non è che io faccio così con tutti i criaturi. Intanto devono essere bellini e non rompere l’anima, e poi qui c’è dell’affetto di default.

Cugino e compagna sono passati a prendermi a Verona. Lungo le stradine secondarie per scansare il traffico del Garda, ho raccontato delle mie ricerche, loro mi hanno raccontato della poesia che stanno imparando a sentire nel vino, ai loro corsi di sommelier.
Mi chiedo se ancora sembro piccola, cosa vede in me mio cugino, di mamma o di papà.
Ci siamo fermati a fare aperitivo per strada, eravamo già in provincia di Brescia, quindi mio cugino ha chiesto un Pirlo, e l’ho imitato. E lì mi chiedevo se lui pensasse che lo imitavo perché sono fessa. Fessa ci sono, ma non era quello il motivo, è che avevo da pochissimo letto dell’esistenza di questo cocktail, proprio qualche giorno prima senza immaginare che sarei capitata a Brescia, e per caso ci sono piombata davanti.

Mi ricordavo benissimo il lago di Idro, anche se ci sono passata una sola volta undici anni fa, quando era tutto coperto dalla nebbia che sembrava pesantissima e impalpabile, e mi sembrava della consistenza dei miei pensieri per Chris. Stavolta c’era tutto il paesaggio libero, le montagne, non le mie ma sempre una cosa buona e giusta.

Cullina abita in un campeggio, che gestisce.
Me lo ricordavo perfettamente. Strano, come un villaggio dei puffi, una specie di mondo a sé in una valle sperduta e senza telefoni, ma con il market e la birreria aperti fino a tardi, per i puffi. E’ un campeggio di roulotte diventate stanziali, con i vecchietti che vanno lì da quando vecchietti non erano, che si vanno a far visita e fare chiacchiere tra una casetta e l’altra; queste casettine piccole e antiche tutte personalizzate, ognuna col suo orticello e le sue decorazioni. E’ come se fosse tutto in miniatura e i gestori fossero Grande Puffo e sua moglie (quindi mia cugina è grande puffa, vabbè). C’è pure una casettina con esposta roba tipo mercatino artigianale, ma chi le compra le cose se lì sono sempre le stesse persone? Boh. Sembra un villaggio di cucù.

Quando è apparsa sulla soglia per venirci incontro, automaticamente, per istinto, abbiamo improvvisato un balletto scemo. Ma quando ha esclamanto “Ma quanto tempo è passato!?” e io ho risposto tranquilla “Dieci anni” al balletto si sono aggiunte delle lacrime, la scena è diventata tipo Carramba e lei non riusciva a smettere di piangere, e io pure.
“Non me l’aspettavo questa reazione, sembro una con gli ormoni impazziti, ma che reazione è? Non lo so, sono impazzita.”
“E anche io. E’ stato il balletto, sono sicura”
E ancora adesso, mi sa che dura l’effetto del balletto.

E poi c’era la pallina, che non mi conosceva, che ha visto il casino generale e s’è spaventata, ma che poi ha preso confidenza e ha imparato anche a chiamarmi per nome (io lo sapevo che sarebbe stato facile, col mio nome i bimbi vincono facile). Le avevo portato un librone cartonato che parla di un bruco che va in giro su tanti diversi frutti e viene scacciato via ogni volta da un insetto stronzo, finché finalmente trova una foglia da mangiare e si addormenta prima di addentarla, per diventare farfalla. Ce l’avevo uguale da piccola ed ero sicura che anche Cullina lo ricordasse, poi vabbè, il fatto che io abbia la fobia delle farfalle al momento me lo rende un horror, praticamente.

“Adesso ti farò provare quello che provavo io quando dormivo da voi”
Il letto che mi avevano preparato era sul soppalco incasinato. Praticamente il mio sogno, e lei aveva vissuto qualcosa di simile dormendo nel Salone, la stanza gigante adibita a ripostiglio e sala giochi e delirio che avevamo alla casa vecchia. Ero felicissima di dormire lassù, anche la scaletta per arrivarci era strettissima, tanto che con lo zaino non ci passavo, e quel materasso a terra, tutto in mezzo alle cianfrusaglie, era proprio il mio ideale di letto.

Cullina mi ha portato a vedere il percorsino botanico nuovo, la futura casa che stanno sistemando, siamo state a chiacchierare con un paio di puffi che fanno la marmellata di more. Le nostre chiacchiere sono state da grandi e da sceme, da adulte che analizzano lucidamente le situazioni scomode, ma che non hanno mai smesso di volersi bene. Come ho potuto saltare tante occasioni di vederli, non lo so.

Di sera siamo stati a uno spettacolo/concerto in un conventino del paese a valle ideato da uno degli abitanti del villaggio dei puffi. Era una serie di suoi ricordi, alternati a musica, un po’ strappalacrime perché c’era pure roba triste tra i suoi ricordi. Alla fine dello spettacolo ci ha chiesto di prendere un caffè, eravamo al confine del Lombardo Veneto, e noi abbiamo scelto un liquorino al mirtillo che era il triplo della porzione attesa, così ora ho anche dei bellissimi ricordi traballanti del liquorino in Trentino, e della riva del lago dove siamo andati in seconda serata.

Abbiamo commemorato tutti i Natali passati in cui riempivamo il letto di scemenzine regalo coi bigliettini, dell’atmosfera di festa che lì nel villaggio dei puffi è difficile da ricreare, e ho scoperto (e non è la prima volta) che involontariamente ero io a riunire le famiglie, e grazie alla mia presenza che si ricreavano abitudini belle. Ovviamente io in tutto questo ero ignara, stavo lì a fare la capra felice.

Il giorno dopo c’era la grigliata nel prato del campeggio, accanto al fiume. Ero circondata da coppie con bambini che correvano in giro (ma c’era tanto spazio per correre lontano), ma potevo badare anche ai miei pensieri, al campeggiatore in tenda poco più in là, un Apperò con cui mi ero scambiata vari sorrisi effimeri, e potevo concentrarmi su funghi buonissimi e patate al forno perfette, costine, spiedini e radicchio selvatico. E il formaggio che loro affinano in cantina.

Conserverò le promesse di rivederci, senza scadenze ma magari prima che passino altri dieci anni, gli inviti per altri weekend insieme, i loro segreti che adesso includeranno i miei, le risatine della piccolina quando la lanciavano in aria.

2 pensieri riguardo “Il villaggio di cucù

    1. Può darsi, anzi è quasi certo. Il problema è che essere capre è facilissimo, essere felici lo è abbastanza. Ma essere ignare, come si fa ad esserlo volutamente?

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